Starmi dietro? Impossibile!

Ieri ero in Uruguay, nella bella Colonia, città dall’impronta portoghese che ancora mantiene nella Citadela cresciuta intorno al faro… Con un traghetto sono arrivata a Buenos Aires, con un voletto ad Iguacu ed eccomi oggi in Argentina a visitare il lato di questo paese delle famose cascate.


Domani sarà la volta del lato del Brasile, dopodomani passerò la frontiera del Paraguay… 

4 stati in 4 giorni, grazie Gabriella per avermelo fatto notare! 

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Uruguay

 Il Rio de la Plata è il terzo fiume più inquinato al mondo. Primo il Gange. Bel primato di cui andare fieri, argentini ed uruguaiani. Pare che i cercatori di metalli nobili abbiano riversato ogni porcheria possibile nelle acque di questo povero fiume. Attraversarlo da Buenos Aires a Colonia non è una bella esperienza, il catamarano veloce plana su questa orribile massa marrone… Nulla a che vedere con il traghetto Papeete Moorea, scortato dai delfini! 

A parte questo, devo dire che l’Uruguay mi è piaciuto, paese piccolo, gente gentile, cittadine pittoresche. Dopo un rapido giro nella capitale, Montevideo, dove ho passeggiato attirata dalle sue ramblas, ho voluto vedere Punta del Este. Sono anni che ne sento parlare, da quella vacanza in Sicilia persa nella notte dei tempi con Stefania e l’amico Bruno che ci aveva raggiunto da Torino, e la sudamericana sua amica che ci elogiava questa località balneare, come la migliore al mondo. 

Chi ama la Polinesia non può amare una spiaggia carica di grattacieli, Punta del Este non mi è piaciuta, con la sua acqua viscida e marroncina, quasi fosse piena di mucillagine. Capisco possa essere ritrovo di gente famosa, capisco ma non giustifico! Mi ha ricordato Ostia, colore della sabbia a parte…

A Montevideo sono uscita con le mie scarpette per ballare il tango ed ho incontrato un corteo con tanto di tamburi che si esibiva nel candombe, ritmo di qui, un miscuglio di afro e sudamericano. Immediatamente mi sono ritrovata a ballare nella mischia, come avevo fatto esattamente 40 anni fa, a Rio de Janeiro, mio primo viaggio internazionale. Non sento il tempo che passa, il bello è che mi sento esattamente come allora, con la stessa voglia di vivere, sole lo specchio, quando lo guardo, mi dice che non è proprio così…

Graziosa Colonia, con il suo centro storico di origine portoghese, casette piccole, basse, circondate dal verde. L’ho visitata mentre un temporale infuriava su Buenos Aires e potevo quasi toccare l’elettricità nell’aria… Fulmini e saette come non ne avevo mai viste! Un vero temporale di fine estate, perché sì, è la fine dell’estate qui in America del Sud.

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Buenos Aires

Buenos Aires è una città incredibile, enorme, allegra, povera e ricca allo stesso tempo… Quando sono arrivata alla stazione degli autobus di Retiro sono rimasta senza fiato, non credevo fosse possibile vedere in pieno centro un’agglomerato di costruzioni in foratoni senza intonaco, arrampicate disordinatamente una sull’altra, dentro le quali la vita pulsava, con la sua forza prorompente per la sopravvivenza. Ho dovuto abbassare il capo e cercare un taxi, io che li detesto, anche se sono riuscita a fargli azzerare il tassametro ho pagato il doppio della tariffa, come sempre, non ha trovato l’indirizzo richiesto e mi ha scaricata in mezzo ad una strada stretta, polverosa e piena di traffico… Stavano ristrutturando l’intero edificio a fianco al mio Hostel ed un grosso camion ne nascondeva l’ingresso. Gli operai ed il capo cantiere hanno avuto modo di conoscere il mio cattivo carattere, li ho insultati in tutte le lingue che conosco, per il loro esagerare con la confusione. Era presto, la camera non era pronta, stanca dalla notte in bus sono comunque andata alla visita guidata offerta dall’Hostel, tenuta dal bravo Nicolas, i principali edifici del centro, intorno al mio alloggio.


Non posso pensare la faccia di San Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, a vedere la prima Chiesa da loro costruita in Argentina trasformata in un mercato… Il Museo della Rivoluzione è nel Cabildo, edificio che ospitava il governo…

Il palazzo del Governo ha una particolarità, il suo intonaco rosa simboleggia l’unione fra i due partiti principali, il rosso ed il bianco, e deve il colore al sangue delle vacche, aggiunto come additivo impermeabilizzante all’impasto dell’intonaco, a costo zero, vista l’abbondanza di mucche in questo grande paese. 

Dopo il giro e il rapido aggiornamento sulla sofferta storia moderna dell’Argentina ero ancora più stanca, sudata, con una enorme voglia di fare una doccia e lavarmi i denti… Entro nell’hostel e una ragazza mi sente parlare, si avvicina e dopo un: “Sei italiana?” Mi abbraccia e mi bacia, facendomi sentire un essere umano, nonostante la stanchezza ed il sudore. Imma è una ragazza straordinaria, allegra, colta sensibile, un vero catalizzatore di buonumore. Tesse legami fra gli abitanti dell’Hostel come se fosse la cosa più naturale del mondo, chiacchierando, organizzando, diffondendo appuntamenti. Sono iniziate così tre simpatiche giornate, trascorse ballando tango, fra visite, mangiate e risate, terminate con una gigantesca carbonara. Due simpatici francesi hanno preparato la tartiflette, tanto per restare leggeri, il tutto condito dal buon vino rosso di dove andranno a vendemmiare la prossima settimana. Con grande dispiacere sono salita sul ferry stamattina, i due argentini che ci hanno fatto da ciceroni, oltre ad invitarci e coprirci di regali, mancano nella ritrovata solitudine. Il viaggio continua, si va verso nuove avventure! 

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Retiro

Passare la serata di San Valentino in autobus è stata una scelta vincente. Già nel pomeriggio a Mendoza ero entrata in una cioccolateria, è famosa la cioccolata di questa città, era piena di uomini che comperavano dolci pacchettini per le fidanzate. Con due quadrati di cioccolata pura il mio umore si è assestato ed ho continuato per la mia strada. Il grande bus della compagnia Cata era nuovo e pulito, contrariamente a quello preso da Santiago della Andesmar pieno delle briciole dei precedenti viaggiatori, le coperte per la notte avevano un buon odore di bucato fresco, si sentiva che erano appena uscite dalla lavatrice. Una hostess gentile ci ha servito la cena, pasto ed antipasto di ottima qualità, caldo e abbondante con tanto di bottiglietta omaggio del buon vino rosso di Mendoza.

Ho dormito bene, reclinata la spalliera, alzata la pediera ero completamente sdraiata, come in aereo in prima classe. 

Vero che di notte non ho seguito molto il paesaggio, è sfilato davanti a me fino alle 21.30 perché a questa latitudine in questa stagione fa buio tardi, e la mattina dall’alba in poi.

Come ho aperto gli occhi ho potuto percepire gli alloggi dei poveri, nascosti dagli alberi, le baracchette in lamiera con la leccata d’immondizia che colava di tanto in tanto, le misere case dei lavoratori vicine ad una fabbrica. All’arrivo alla stazione di Retiro ancora peggio, una vera città costruita in mattoni forati, senza intonaco, essenziale.

Anche l’Argentina che sfila verde davanti ai miei occhi ha i suoi problemi, immagino.

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Mendoza

Mi è piaciuta Mendoza, città immersa nel deserto. L’Argentina è più allegra del Cile, sul quale la lunga dittatura ha steso una pennellata grigia, evidenziando il lato triste del paese.Mendoza ha lo stesso caos e gli stessi marciapiedi sgarrupati delle città italiane del sud, Roma compresa, la gente ti guarda e ti parla, peccato non conoscere bene la lingua spagnola, mi sarei fatta molti amici. Le sue case tipiche sono in mattoni, basse, con patio interno. Inutile dire che ho alloggiato in una di queste, in una camera minuscola ma molto carina, se i vicini non avessero sghignazzato tutta la notte sarei stata benissimo!

Mendoza, strappata al deserto dagli Huarpe, che sfruttando il ramo dell’attuale Rio Mendoza davanti alla gola di Cacheuta, crearono una faglia geologica che si incanalava sopra il terreno alluvionale, dove crebbe la città, mantiene ancora oggi questo sistema di irrigazione unico. Gli Huarpe vennero dominati dagli Inca prima, che con le loro conoscenze tecniche migliorarono il sistema idrico, dagli spagnoli poi.

Lungo la Calle San Martin ed i suoi dintorni sfilavano i ponti familiari, costruiti sopra i fossati che costeggiavano i marciapiedi unendoli alla strada. In muratura i più ricchi, in legno gli altri, avevano le forme più varie ed erano decorate con banchi permanenti pitturati in diversi colori. Verso sera si aggiungevano sedie di vimini e amache ed i signori uscivano dalle case per godere del fresco della sera. Ci si rendeva visita mentre i servitori offrivano granatina, orzata e gelato alla cannella.

Per chi non lo avesse ancora capito, mi piace raccontare le storie e ne ho trovata una anche qui, quella del terremoto del 1861.
Fu il più terribile della storia del Sud America, il più disastroso del secolo XIX nel mondo, dando la morte a 10.000 persone, pari alla metà della popolazione di allora. Del settimo grado della scala Ritcher, pare che per ben due minuti e trentacinque secondi si sentì un rumore come di tuono, forte, lungo, assordante. Interminabile. Poi silenzio. Silenzio assoluto.

La gente si scaraventò nelle strade senza badare alle lampade a petrolio cadute per i movimenti tellurici che produssero un incendio che restò indomabile per ben 4 giorni. 

Dopo il fuoco l’acqua, i canali costruiti dagli Huarpe, ostruiti dalle macerie tracimarono, allagando ed annegando. Molti feriti vennero divorati dai ratti e dai cani. 

Gli abitanti di Mendoza erano convinti che la tanto temuta Apocalisse fosse arrivata e forse, per loro fu così. Apocalisse 8-1. 

La città venne ricostruita vicino alle rovine, il vecchio centro divenne “l’alojamiento del ferro” per la durezza della vita in quel quartiere, che ospitava solo derelitti. 

Mendoza, fondata il 2 marzo 1561 venne distrutta esattamente 300 anni dopo il 20 marzo 1861.

Ho visitato oggi le rovine della Chiesa costruita fra il 1716 ed il 1731 dai padri Gesuiti. Nel 1767, quando vennero espulsi dai possedimenti del re di Spagna passò all’ordine dei Francescani, fino alla sua distruzione. Curiosità: in quel periodo, Bouganville stava compiendo il giro del mondo e si trovava in Sud America e commentò nel suo diario le rigide regole imposte dai Gesuiti agli “indiani” come chiama i nativi nel testo, ed alla veloce cacciata dell’ordine religioso. 

Due belle sculture nell’ingresso del museo, realizzate da una donna, adoro le donne che fondono e scolpiscono, una rappresenta il conquistatore con armatura e spada, l’altra il nudo indigeno indifeso.

Un gruppo di ingegneri argentini ha pensato bene di restaurare i ruderi della Chiesa nel 2012 ergendovi una pesante struttura metallica; uno zoccolo di calcestruzzo venne costruito in precedenza per fermare l’umidità, nel modo peggiore possibile, ovvero tappando la muratura e destinandola a disgregarsi nascostamente. Questi interventi farebbero impallidire anche il mio partner lavorativo, di quando ancora lavoravo come architetto… Vero Gianni? 

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Da Santiago a Mendoza

La sveglia alle 7.30 mi ha colpita forte come una pugnalata, non sono andata a dormire presto ieri sera, ho voluto spedire l’articolo alla RivistaEtnie su Rapa Nui prima di continuare il mio viaggio, per essere mentalmente libera. Per chi pensi che scrivere non richieda energia, sappia che ce ne vuole ed anche molta. Bisogna “essere sul pezzo”, una sorta di immersione totale. Finito di scrivere bisogna battersi con collegamenti internet inesistenti per spedire foto e video a corredo dell’articolo. Le ore passano senza rendersene conto.Sapevo di non aver tempo da perdere, dovevo essere alle 9 alla stazione dei bus, un’ora prima della partenza del mio, dovevo arrivarci trascinando la mia pesante valigia, che contiene abbigliamento mare monti, per le 4 stagioni… Dalla scarpa da neve alla pinna! L’unico modo che avevo per arrivare in stazione era la metro, con le sue orribili scale, per il bus serve una tessera magnetica, quindi niente, non era per me. Per i taxi ho un’idiosincrasia, li evito come la peste! Ogni volta che sono costretta a prenderne uno succede sempre qualcosa, dall’incidente al rapimento…

Dopo una rapida doccia, mi sono ingozzata ben bene a colazione, ingurgitando il più velocemente possibile i fiocchi d’avena che ritrovavo dopo l’isola di Pasqua, dove la colazione era buona ed abbondante più del pasto principale, anzi, spesso ne conservavo una parte per mangiarla a cena. Pronta, via! Alla conquista del mondo!

I cileni sono gentili, ho dovuto chiedere, ma sempre la persona che avevo puntato ha acchiappato il manico della mia valigia e mi ha aiutata. Un ragazzo, visto che aspettando che passasse qualcuno avevo iniziato a scendere, a preso energicamente il mio trolley e lo ha riportato sul pianerottolo… “No, no, ábaco!” Ridendo ha affrontato le due rampe necessarie per arrivare alla piattaforma della metro. 

Arrivare un’ora prima era esagerato, mezz’ora sarebbe largamente bastata, ho sbagliato a chiedere ieri, ma dall’aeroporto ero arrivata proprio nel terminal ed un sopralluogo ci stava. Mi sono divertita a guardare la gente mentre aspettavo. 

Di bus ce ne erano in grande quantità e per tutte le destinazioni. I più affollati quelli per Los Angeles, che è ben lontana da Santiago del Cile, si attraversa la parte nord del paese, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, tutto il centro America, il Messico e si ha ancora un bel pezzo di strada davanti una volta negli States… Chissà, forse è più facile attraversare la frontiera, forse è meno costoso, chissà, mi documenterò.

Il bus arriva, è di un’altra compagnia rispetto a quella che avevo prenotato, sicuramente migliore perché a due piani e di prima classe , con grandi sedili in pelle reclinabili: semicama si chiamano, quasi un letto. Sono al piano superiore, salgo ed osservo. Gente, tanta gente. Pare che gli argentini vengano in Cile a fare acquisti, sono tutti carichi, con pacchi, borse e valigioni. La mia attenzione viene attirata da un corpulento donnone biondo tutto ti cotonato e truccato, stile Platinette. Non riesco a capire se sia un uomo le una donna, svetta con la sua capigliatura che farebbe invidia a Moira Orfei, parla con qualcuno, non so se il marito o la figlia, non riesco a vedere. Resterò per sempre con questo mistero. Il bus parte. Quasi in orario. Non trova l’imbottigliamento per uscire dalla stazione come gli altri partiti alle 9, orario più richiesto. Attraversiamo la periferia fatta di improbabili casette di legno ricomposto, tutte con orto e giardinetto, non è semplice vivere in Cile, a parte le cinque o sei famiglie che dominano il paese la gente è povera, si mantiene a stenti.

 Appena fuori città iniziano le vigne, è buono e reputato il vino in Cile, ma deve essere una gran fatica ottenere la striscia verde delle foglie di vite in queste montagne aride… Iniziamo a salire dolcemente sulle colline rocciose, cariche di cactus. Un fiume accompagna la strada con la sua acqua fangosa, quando posso scorgerne un’ansa è piena di piante verdissime. 

Noto una spaccatura nella montagna, sarà stato il terremoto a renderla così? 

 Saliamo, scendiamo, il fiume, punteggiato di centrali idroelettriche, ci accompagna. 

Mai visto tanti salici piangenti. Il terreno diventa sempre più brullo e carico di cactus. Passiamo il confine cileno nel quale si snoda una fila lunghissima di camion e bus, chissà dalla mia parte… La lista dei passeggeri viene consegnata ai carabiñeros, vedo passare un camion rosso con una grande scritta bianca: Italia, ma non riesco a fotografarlo. Continua la strada fra le montagne brulle, si scorgono le cime innevate in lontananza. Un cartello dai colori della bandiera ci accoglie: “Benvenidos en Argentina.” 

Inizia l’attesa. La fila è lunga, aspettando dormicchio nella comoda poltrona. Finalmente tocca a noi, prima il timbro sul passaporto, poi vengono perquisite le borse, le valige le passano ai raggi X. Qualche argentino ha esagerato con gli acquisti e viene multato. Si risale ed il viaggio ricomincia. Le alte montagne che prima sono sfilate maestose al nostro fianco adesso ci avvolgono, accarezzandoci con le loro rocce. Neve poca, ne intravedo solo un po’, il clima è cambiato, come da noi sulle Alpi, è caldo anche a quasi 3.000 metri. La regione desertica si avvicina, siamo quasi a Mendoza, le distese di vigne cominciano a spuntare, con il loro verde imbarazzante sul suolo sabbioso. Non è male il Baudron malbec che berrò a cena, forte e pastoso come piace a me, astemia, sì, ma dai gusti raffinati! 

L’Argentina sembra più divertente del Cile, paese che trovo triste, la gente è allegra, ti rivolge la parola facilmente, chiacchiera, pone domande…

Domani familiarizzerò ancora con questa città, poi via, un bus notturno fino a Buenos Aires!

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Da Santiago a Mendoza

La sveglia alle 7.30 mi ha colpita forte come una pugnalata, non sono andata a dormire presto ieri sera, ho voluto spedire l’articolo alla RivistaEtnie su Rapa Nui prima di continuare il mio viaggio, per essere mentalmente libera. Per chi pensi che scrivere non richieda energia, sappia che ce ne vuole ed anche molta. Bisogna “essere sul pezzo”, una sorta di immersione totale. Finito di scrivere bisogna battersi con collegamenti internet inesistenti per spedire foto e video a corredo dell’articolo. Le ore passano senza rendersene conto.Sapevo di non aver tempo da perdere, dovevo essere alle 9 alla stazione dei bus, un’ora prima della partenza del mio, dovevo arrivarci trascinando la mia pesante valigia, che contiene abbigliamento mare monti, per le 4 stagioni… Dalla scarpa da neve alla pinna! L’unico modo che avevo per arrivare in stazione era la metro, con le sue orribili scale, per il bus serve una tessera magnetica, quindi niente, non era per me. Per i taxi ho un’idiosincrasia, li evito come la peste! Ogni volta che sono costretta a prenderne uno succede sempre qualcosa, dall’incidente al rapimento…

Dopo una rapida doccia, mi sono ingozzata ben bene a colazione, ingurgitando il più velocemente possibile i fiocchi d’avena che ritrovavo dopo l’isola di Pasqua, dove la colazione era buona ed abbondante più del pasto principale, anzi, spesso ne conservavo una parte per mangiarla a cena. Pronta, via! Alla conquista del mondo!

I cileni sono gentili, ho dovuto chiedere, ma sempre la persona che avevo puntato ha acchiappato il manico della mia valigia e mi ha aiutata. Un ragazzo, visto che aspettando che passasse qualcuno avevo iniziato a scendere, a preso energicamente il mio trolley e lo ha riportato sul pianerottolo… “No, no, ábaco!” Ridendo ha affrontato le due rampe necessarie per arrivare alla piattaforma della metro. 

Arrivare un’ora prima era esagerato, mezz’ora sarebbe largamente bastata, ho sbagliato a chiedere ieri, ma dall’aeroporto ero arrivata proprio nel terminal ed un sopralluogo ci stava. Mi sono divertita a guardare la gente mentre aspettavo. 

Di bus ce ne erano in grande quantità e per tutte le destinazioni. I più affollati quelli per Los Angeles, che è ben lontana da Santiago del Cile, si attraversa la parte nord del paese, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, tutto il centro America, il Messico e si ha ancora un bel pezzo di strada davanti una volta negli States… Chissà, forse è più facile attraversare la frontiera, forse è meno costoso, chissà, mi documenterò.

Il bus arriva, è di un’altra compagnia rispetto a quella che avevo prenotato, sicuramente migliore perché a due piani e di prima classe , con grandi sedili in pelle reclinabili: semicama si chiamano, quasi un letto. Sono al piano superiore, salgo ed osservo. Gente, tanta gente. Pare che gli argentini vengano in Cile a fare acquisti, sono tutti carichi, con pacchi, borse e valigioni. La mia attenzione viene attirata da un corpulento donnone biondo tutto ti cotonato e truccato, stile Platinette. Non riesco a capire se sia un uomo le una donna, svetta con la sua capigliatura che farebbe invidia a Moira Orfei, parla con qualcuno, non so se il marito o la figlia, non riesco a vedere. Resterò per sempre con questo mistero. Il bus parte. Quasi in orario. Non trova l’imbottigliamento per uscire dalla stazione come gli altri partiti alle 9, orario più richiesto. Attraversiamo la periferia fatta di improbabili casette di legno ricomposto, tutte con orto e giardinetto, non è semplice vivere in Cile, a parte le cinque o sei famiglie che dominano il paese la gente è povera, si mantiene a stenti.

 Appena fuori città iniziano le vigne, è buono e reputato il vino in Cile, ma deve essere una gran fatica ottenere la striscia verde delle foglie di vite in queste montagne aride… Iniziamo a salire dolcemente sulle colline rocciose, cariche di cactus. Un fiume accompagna la strada con la sua acqua fangosa, quando posso scorgerne un’ansa è piena di piante verdissime. 

Noto una spaccatura nella montagna, sarà stato il terremoto a renderla così? 

 Saliamo, scendiamo, il fiume, punteggiato di centrali idroelettriche, ci accompagna. 

Mai visto tanti salici piangenti. Il terreno diventa sempre più brullo e carico di cactus. Passiamo il confine cileno nel quale si snoda una fila lunghissima di camion e bus, chissà dalla mia parte… La lista dei passeggeri viene consegnata ai carabiñeros, vedo passare un camion rosso con una grande scritta bianca: Italia, ma non riesco a fotografarlo. Continua la strada fra le montagne brulle, si scorgono le cime innevate in lontananza. Un cartello dai colori della bandiera ci accoglie: “Benvenidos en Argentina.” 

Inizia l’attesa. La fila è lunga, aspettando dormicchio nella comoda poltrona. Finalmente tocca a noi, prima il timbro sul passaporto, poi vengono perquisite le borse, le valige le passano ai raggi X. Qualche argentino ha esagerato con gli acquisti e viene multato. Si risale ed il viaggio ricomincia. Le alte montagne che prima sono sfilate maestose al nostro fianco adesso ci avvolgono, accarezzandoci con le loro rocce. Neve poca, ne intravedo solo un po’, il clima è cambiato, come da noi sulle Alpi, è caldo anche a quasi 3.000 metri. La regione desertica si avvicina, siamo quasi a Mendoza, le distese di vigne cominciano a spuntare, con il loro verde imbarazzante sul suolo sabbioso. Non è male il Baudron malbec che berrò a cena, forte e pastoso come piace a me, astemia, sì, ma dai gusti raffinati! 

L’Argentina sembra più divertente del Cile, paese che trovo triste, la gente è allegra, ti rivolge la parola facilmente, chiacchiera, pone domande…

Domani familiarizzerò ancora con questa città, poi via, un bus notturno fino a Buenos Aires!

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Tramonto a Rapa Nui

Godersi un tramonto davanti ai moai non è cosa che capiti tutti i giorni. Godere del sole che si nasconde dietro le nubi, dell’aria che mano mano si rinfresca…Sussultare al suono dell’onda ruggente che saluta il sole.

Le insensibili statue guardano, immobili sentinelle dai secoli dei secoli.

Ciao Rapa Nui, mi hai regalato belle giornate, nottate piene di danze, ciao, non ti dimenticherò!

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Rapa Nui – In giro per l’isola

Orongo 

Rano Kau è un luogo speciale: qui venne costruita la prima casa, qui venne piantato il primo igname, qui visse i sui ultimi giorni il primo ariki, capo, Hotu Matu’a.

Le prime case di Orongo risalgono al secolo XV o XVI.

Il tangata manu, uomo ucccello, è l’emblema del culto di Orongo. In primavera, i rappresentanti di tutte le hopu, tribù, dell’isola si battevano per riuscire a trovare il primo uovo del mautara, gavotin pizzarrado nell’isolotto Motu Nui. L’uovo rappresentava la divinità, trovarlo significava essere eletti da dio. Superavano a nuoto il difficile tratto di mare, pieno di scogli appuntiti battuti dalle onde, aiutati dai galleggianti di totora dentro i quali trasportavano le provviste, restavano giorni, settimane, ad aspettare il ritorno dei migratori, fino a che il fortunato non riuscisse a trovarne l’uovo. Diventava così tangata manu, era considerato tapu, sacro, viveva in religioso ritiro per un anno, accudito e venerato da tutti. L’ultima di queste gare avvenne nel 1867.

Intorno al secolo XVI – XVII diminuisce l’importanza degli ariki e si afferma il culto del dio Make Make, con i suoi matato’a, capi guerrieri.

Il dio Make Make, che può essere paragonato al polinesiano Tane, il dio degli uccelli, tornò da Motu Motiro Hiva, gli isolotti Sala y Gomez situati ad est dell’isola di Pasqua in direzione del Cile, per portare gli uccelli a Motu Nui, dove avrebbero potuto vivere indisturbati; così avvenne e si moltiplicarono numerosi.

L’unico moai di Orongo, Hoahakananai’a, l’amico rubato, venne prelevato per essere portato alla regina Vittoria nel 1868, durante la spedizione Topaze. Era nella casa che venne distrutta dal nome Taura Renga e faceva parte della cerimonia del poki-manu. Scolpito intorno al 1.400, in basalto, era inciso con diversi petroglifi.

Solo i sette moai di Ahu Akivi guardano il mare, gli altri si presentano tutti con lo sguardo rivolto all’interno dell’isola. Rappresentano i sette esploratori inviati dal l’Ariki Hotu Matu’a in avanscoperta a verificare il sogno di Haumaka.

Ahu Tongariki è la piattaforma più estesa, con i suoi 15 moai ben allineati, dei quali sono uno porta il pukao, copricapo in pietra rossa, originaria del cratere di Puna Pau, alle spalle di Hanga Roa.

Nell’unica spiaggia dell’isola, Anakena, dove secondo la leggenda approdarono i primi arrivati, si possono ammirare due piattaforme, l’Ahu Ature Huki restaurato da Thor Heyerdahl nel 1954 e l’Ahu Nau Nau, restaurato da Sergio Rapu nel 1980. Anakena è diversa dalle aspre coste rocciose e nere dell’isola, il suo palmeto, la sabbia fina e bianca ci ricordano di essere in Polinesia.


Rano Raraku
, il cratere cava dei moai, è unico al mondo. Le sue pendici sono disseminate di statue dall’espressione dubitativa, in parte affossate nel terreno, con varie inclinazioni. Erano “in cammino” per la loro destinazione finale, alcune si sono rotte strada facendo e non potevano più essere utilizzate, altre non sono mai arrivate. Tra queste la più antica è quella chiamata “il bambino”, perché più piccola delle altre, rappresenta una figura in ginocchio. La più lunga, circa 10 metri, il gigante, è ancora prigioniera della roccia d’origine, dalla quale non venne mai staccata.

 

 

Non lontano dalla cittadina di Hanga Roa, centro principale dell’isola, si può godere della compagnia di tre Ahu, il primo con cinque moai allineati, il sesto è mancante, un antico Ahu con il moai consunto ma ancora imponente e l’Ahu Tahai l’unico ad avere il pukao, cappello, ed occhi, anche se gli originali, unico paio che si è conservato, sono ben nascosti sull’isola. Sono intagliati nel corallo bianco con la pupilla in ossidiana.

 

Tutti i moai hanno le mani scolpite appoggiate sul basso ventre, il luogo di dimora dell’anima, secondo i polinesiani.

Rapa Nui, questa isola cosi particolare conserva, ancora oggi la sua potente cultura, unica nel mondo.

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Tapati

Tapati

Il Tapati nasce negli anni 60 per esprimere il malcontento della popolazione dell’isola di Pascua, forzatamente sottomessa al governo cileno, prende spunto da una usanza antichissima: quando il Viceré di Spagna faceva il giro delle varie tribù dei possedimenti in Sud America, si organizzava una grande festa in suo onore. Arrivava nell’isola nel mese di anachena, luglio, per assistere all’attività culturale preparata nel corso dell’anno. Ai nostri giorni ha luogo nella locale primavera, ad inizio febbraio.

Nel 1974 prese il nome di Tapati, che significa settimana. Inizialmente della durata di 3 giorni, poi una settimana, adesso, dopo 20 anni consiste in ben 2 settimane ricche di manifestazioni.

Il Tapati fa parte del programma A.M.O.R., ed è il miglior modo per conservare e tramandare la cultura immateriale.

A novembre si celebra la giornata della lingua, in particolare per i giovani. Il Tapati è il culmine di questo ed altri avvenimenti che si sussuegono nel corso dell’anno. Rappresenta un momento di avvicinamento: ci si abbraccia, ci si perdona, ogni rancore viene sepolto.

Fino ad oggi la prima prova del Tapati era l’Akavenga: viene allestita una pista con ostacoli di ossidiana intorno al cratere di Rano Raraku, la cava dei moai; i partecipanti devono percorrerla con le spalle cariche di banane, attraversare a il lago interno al cratere sul galleggiante di totora, ritornare remando sempre sullo stesso. Questa competizione ha avuto luogo quest’anno per l’ultima volta, è stato deciso di sospenderla per non rovinare il delicato ambiente del cratere.

Nei giorni si susseguono gare le più disparate, che corrispondono alle prove che si sostenevano per il passaggio dall’adolescenza all’essere uomo.

He’a’ati hoi: corsa di cavalli, naturalmente senza sella.

Haka ngaru: surf su galleggiante di totora.

Haka honu: surf con il solo corpo sopra le onde.

He akavenga: corsa con banane verdi sulle spalle.

Tautari: schivare bastoni di canna da zucchero.

Tautanga: schivare lance con punte affilate di ossidiana.

Haka pei: discesa sui tronchi di banano. La collina sulla quale si scivola è alta 350 m circa ed ha una inclinazione di 45 gradi. Dieci partecipanti hanno preso parte alla prova quest’anno, vincitore l’ultimo in gara, che si è esibito in una discesa magistrale.

La regata He’a’ati hoe vaka vede in competizione barche a remi, non le canoe tradizionali polinesiane, per sicura influenza continentale.

He’a’ati tunu kai, gara culinaria, ma i forni sono interrati, secondo la vera tradizione polinesiana!

He’a’ati kau, gara di nuoto in mare aperto.

He kau ki te huri giavellotti dalla tagliente punta di ossidiana devono essere lanciati e restare infissi in un tronco di banano da una distanza prestabilita. Il vincitore è riuscito a mettere a segno tre colpi su tre, realizzando il punteggio massimo.

Ogni sera, fino a tarda notte è possibile assistere agli spettacoli di canto e danza dove i due gruppi principali dell’isola si sfidano, come all’epoca, le due tribù principali dell’isola si combattevano con crudeltà. Fortunatamente cannibalismo e torture fanno parte di un passato dimenticato.

 

He koro haka opo: le due corali si sfidano una canzone dopo l’altra, guai ripetersi, si viene squalificati!

He’a’ati kai kai o te nu’u’a’ati: simile ai pata’uta’u polinesiani, vengono raccontate storie e leggende con un canto ritmato, dopo aver realizzato con una cordicella l’immagine che illustra la recita.

He haka tike’a i te ‘ori e te himene: balli e canti ancestrali, i partecipanti, seminudi ma con i corpi colorati ed abilmente dipinti con le terre dell’isola, danzano e cantano come si faceva anticamente sull’isola. I testi sono stati recuperati grazie alla pubblicazione di uno studioso tedesco, che li ha accuratamente raccolti. Inutile dire che i movimenti delle danze ricordano quelle dell’isola di Rapa alle Australi in Polinesia francese.

Lo stile di danza di Rapa Nui è stato chiaramente influenzato dai ritmi sudamericani, interessante vedere come esista una forma di tango, in questo caso riveduta e corretta secondo il gusto dell’isola: la si balla scalzi, saltellando, compiendo movimenti impensabili in un tango argentino.

He’a’ati A’amu tuai: vengono messe in scena due opere teatrali legate alla tradizione. Gli attori, con i corpi dipinti, entrano nel passato, facendoci rivivere avvenimenti legati alla storia dell’isola. Il gruppo vincitore ha inscenato la morte dell’ariki con la sottrazione della sua testa, parte del corpo considerata sacra tanto che gli uomini non si possono tagliare i capelli, ed intoccabile perché carica di mana, energia. Testa poi casualmente ritrovata.

Esperienza indimenticabile il partecipare alla Farandula, he tataku i te tangata o te nari nari, la processione con tanto di carri che non ha nulla da invidiare al carnevale di Rio. Chiunque lo voglia, può farsi dipingere il corpo con le terre colorate dell’isola, sfilare cantando e ballando. Esperienza entusiasmante! Ci si sente parte integrante della competizione, oltre a portare qualche punto al gruppo prescelto.

Colorare il corpo con le terre fa parte dell’antica tradizione chiamata takoma. Il colore rosso ki’ea è il prediletto dagli abitanti dell’isola, il nero si ottiene dalle piante carbonizzate, il bianco può essere usato come sfondo o per realizzare disegni sul fondo rosso.

L’alcalde, il sindaco, don Pedro Pablo Edmunds Paoa ama profondamente la sua isola. È possibile pranzare con lui e sentirlo esplodere in un fischio che farebbe invidia ad un pastore sardo, per fermate turisti troppo espansivi che cercavano di salire sul moai. Al suo sesto mandato, ha voluto dedicare il Tapati di questo anno ai patriarchi ed alle matriarche della comunità, ai saggi del Mau Hatu o Te Kainga.

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