Brasile


Sono tornata in Brasile 40 anni dopo, come se niente fosse.

Un breve passaggio di un giorno per ammirare le cataratas anche da questo lato.

Era stato il mio primo viaggio intercontinentale, sola, senza i genitori, invitata da un’amica mooolto benestante. Mi ero ritrovata a Rio de Janeiro, e mi era così piaciuto, che l’anno seguente avevo fatto di tutto per tornarci con la famiglia, per condividere la mia bellissima scoperta. Non scorderò mai quel primo viaggio in Sud America, perfetto per le emozioni provate, per le sensazioni vissute. La spiaggia immensa, le onde, fredde, che ti risucchiavano per trasportarti in pieno oceano, la sabbia fresca intorno al piedi al tramonto, quando ci si indugiava a parlare… “Ti muovi come una ballerina” Mi disse una signora, “Studi forse danza?” No, ma sarebbe stata la mia grande passione! 

Ho ancora in bocca il sapore del budino al cocco, bello caramellato, le insalate fatte di foglioline mai viste, gli ananas che si chiamavano abacasci… Cafesito cafeson, caffè corto o lungo? 

Quel capodanno passato a ballare la samba in non so quale prestigioso locale, la tavolata di italiani, non il gruppo con il quale ero, impazzita intorno ad un magnifico trans, ed io, scatenata, scatenatissima come sempre, ma questo non mi aveva impedito di conoscere un fratello ed una sorella italo brasiliani, venuti con i genitori, seguendo il filo delle proprie origini. 

Ci siamo visti e rivisti… Abitavano a Firenze. La prima volta che ho guidato in autostrada è stato sulla Pisa Firenze, per andare a pranzo da loro, con la vecchia mini di mia madre che vibrava tutta e mi sembrava di pilotare un jumbo… 

Così diversi da me e dalla mia vita, così perfetti, con quella madre brasiliana che non solo era bella, ma aveva quel qualcosa che appartiene alle persone speciali… La loro casa così moderna, lui studiava architettura, poteva inclinare il piano bianco della scrivania per disegnare, lei studiava canto, aveva un pianoforte in camera su una pedana, un quarto di coda credo…

Il padre ci guardava e rideva sotto i baffi, anche se non ricordo se li avesse veramente. 

Non andò come sarebbe potuto andare.

Ricordo bene quella vacanza, i tamburi che risuonavano per le strade, la mia grande voglia di ballare, di sentirmi libera… La stessa che provo ancora adesso. Mi univo ai cortei di samba senza essere notata, la mia pelle scura e sempre abbronzata è sempre stata un ottimo lasciapassare in parecchi paesi del mondo, almeno fra quelli che amo frequentare. 

Degna conclusione: il volo in Concorde Rio de Janeiro – Parigi, esperienza che pochi possono dire di aver intrapreso. Non mi rendevo conto della fortuna che avevo, mi sembrava tutto così semplice e naturale… Colpita da una terribile gastroenterite nella capitale francese, dove con la mia amica ed il fratellino ci contendevamo il bagno…

E il fratello e la sorella?

Persi di vista per tanti anni, ritrovati grazie alla magia di FB.

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Starmi dietro? Impossibile!

Ieri ero in Uruguay, nella bella Colonia, città dall’impronta portoghese che ancora mantiene nella Citadela cresciuta intorno al faro… Con un traghetto sono arrivata a Buenos Aires, con un voletto ad Iguacu ed eccomi oggi in Argentina a visitare il lato di questo paese delle famose cascate.


Domani sarà la volta del lato del Brasile, dopodomani passerò la frontiera del Paraguay… 

4 stati in 4 giorni, grazie Gabriella per avermelo fatto notare! 

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Uruguay

 Il Rio de la Plata è il terzo fiume più inquinato al mondo. Primo il Gange. Bel primato di cui andare fieri, argentini ed uruguaiani. Pare che i cercatori di metalli nobili abbiano riversato ogni porcheria possibile nelle acque di questo povero fiume. Attraversarlo da Buenos Aires a Colonia non è una bella esperienza, il catamarano veloce plana su questa orribile massa marrone… Nulla a che vedere con il traghetto Papeete Moorea, scortato dai delfini! 

A parte questo, devo dire che l’Uruguay mi è piaciuto, paese piccolo, gente gentile, cittadine pittoresche. Dopo un rapido giro nella capitale, Montevideo, dove ho passeggiato attirata dalle sue ramblas, ho voluto vedere Punta del Este. Sono anni che ne sento parlare, da quella vacanza in Sicilia persa nella notte dei tempi con Stefania e l’amico Bruno che ci aveva raggiunto da Torino, e la sudamericana sua amica che ci elogiava questa località balneare, come la migliore al mondo. 

Chi ama la Polinesia non può amare una spiaggia carica di grattacieli, Punta del Este non mi è piaciuta, con la sua acqua viscida e marroncina, quasi fosse piena di mucillagine. Capisco possa essere ritrovo di gente famosa, capisco ma non giustifico! Mi ha ricordato Ostia, colore della sabbia a parte…

A Montevideo sono uscita con le mie scarpette per ballare il tango ed ho incontrato un corteo con tanto di tamburi che si esibiva nel candombe, ritmo di qui, un miscuglio di afro e sudamericano. Immediatamente mi sono ritrovata a ballare nella mischia, come avevo fatto esattamente 40 anni fa, a Rio de Janeiro, mio primo viaggio internazionale. Non sento il tempo che passa, il bello è che mi sento esattamente come allora, con la stessa voglia di vivere, sole lo specchio, quando lo guardo, mi dice che non è proprio così…

Graziosa Colonia, con il suo centro storico di origine portoghese, casette piccole, basse, circondate dal verde. L’ho visitata mentre un temporale infuriava su Buenos Aires e potevo quasi toccare l’elettricità nell’aria… Fulmini e saette come non ne avevo mai viste! Un vero temporale di fine estate, perché sì, è la fine dell’estate qui in America del Sud.

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Buenos Aires

Buenos Aires è una città incredibile, enorme, allegra, povera e ricca allo stesso tempo… Quando sono arrivata alla stazione degli autobus di Retiro sono rimasta senza fiato, non credevo fosse possibile vedere in pieno centro un’agglomerato di costruzioni in foratoni senza intonaco, arrampicate disordinatamente una sull’altra, dentro le quali la vita pulsava, con la sua forza prorompente per la sopravvivenza. Ho dovuto abbassare il capo e cercare un taxi, io che li detesto, anche se sono riuscita a fargli azzerare il tassametro ho pagato il doppio della tariffa, come sempre, non ha trovato l’indirizzo richiesto e mi ha scaricata in mezzo ad una strada stretta, polverosa e piena di traffico… Stavano ristrutturando l’intero edificio a fianco al mio Hostel ed un grosso camion ne nascondeva l’ingresso. Gli operai ed il capo cantiere hanno avuto modo di conoscere il mio cattivo carattere, li ho insultati in tutte le lingue che conosco, per il loro esagerare con la confusione. Era presto, la camera non era pronta, stanca dalla notte in bus sono comunque andata alla visita guidata offerta dall’Hostel, tenuta dal bravo Nicolas, i principali edifici del centro, intorno al mio alloggio.


Non posso pensare la faccia di San Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, a vedere la prima Chiesa da loro costruita in Argentina trasformata in un mercato… Il Museo della Rivoluzione è nel Cabildo, edificio che ospitava il governo…

Il palazzo del Governo ha una particolarità, il suo intonaco rosa simboleggia l’unione fra i due partiti principali, il rosso ed il bianco, e deve il colore al sangue delle vacche, aggiunto come additivo impermeabilizzante all’impasto dell’intonaco, a costo zero, vista l’abbondanza di mucche in questo grande paese. 

Dopo il giro e il rapido aggiornamento sulla sofferta storia moderna dell’Argentina ero ancora più stanca, sudata, con una enorme voglia di fare una doccia e lavarmi i denti… Entro nell’hostel e una ragazza mi sente parlare, si avvicina e dopo un: “Sei italiana?” Mi abbraccia e mi bacia, facendomi sentire un essere umano, nonostante la stanchezza ed il sudore. Imma è una ragazza straordinaria, allegra, colta sensibile, un vero catalizzatore di buonumore. Tesse legami fra gli abitanti dell’Hostel come se fosse la cosa più naturale del mondo, chiacchierando, organizzando, diffondendo appuntamenti. Sono iniziate così tre simpatiche giornate, trascorse ballando tango, fra visite, mangiate e risate, terminate con una gigantesca carbonara. Due simpatici francesi hanno preparato la tartiflette, tanto per restare leggeri, il tutto condito dal buon vino rosso di dove andranno a vendemmiare la prossima settimana. Con grande dispiacere sono salita sul ferry stamattina, i due argentini che ci hanno fatto da ciceroni, oltre ad invitarci e coprirci di regali, mancano nella ritrovata solitudine. Il viaggio continua, si va verso nuove avventure! 

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Retiro

Passare la serata di San Valentino in autobus è stata una scelta vincente. Già nel pomeriggio a Mendoza ero entrata in una cioccolateria, è famosa la cioccolata di questa città, era piena di uomini che comperavano dolci pacchettini per le fidanzate. Con due quadrati di cioccolata pura il mio umore si è assestato ed ho continuato per la mia strada. Il grande bus della compagnia Cata era nuovo e pulito, contrariamente a quello preso da Santiago della Andesmar pieno delle briciole dei precedenti viaggiatori, le coperte per la notte avevano un buon odore di bucato fresco, si sentiva che erano appena uscite dalla lavatrice. Una hostess gentile ci ha servito la cena, pasto ed antipasto di ottima qualità, caldo e abbondante con tanto di bottiglietta omaggio del buon vino rosso di Mendoza.

Ho dormito bene, reclinata la spalliera, alzata la pediera ero completamente sdraiata, come in aereo in prima classe. 

Vero che di notte non ho seguito molto il paesaggio, è sfilato davanti a me fino alle 21.30 perché a questa latitudine in questa stagione fa buio tardi, e la mattina dall’alba in poi.

Come ho aperto gli occhi ho potuto percepire gli alloggi dei poveri, nascosti dagli alberi, le baracchette in lamiera con la leccata d’immondizia che colava di tanto in tanto, le misere case dei lavoratori vicine ad una fabbrica. All’arrivo alla stazione di Retiro ancora peggio, una vera città costruita in mattoni forati, senza intonaco, essenziale.

Anche l’Argentina che sfila verde davanti ai miei occhi ha i suoi problemi, immagino.

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Mendoza

Mi è piaciuta Mendoza, città immersa nel deserto. L’Argentina è più allegra del Cile, sul quale la lunga dittatura ha steso una pennellata grigia, evidenziando il lato triste del paese.Mendoza ha lo stesso caos e gli stessi marciapiedi sgarrupati delle città italiane del sud, Roma compresa, la gente ti guarda e ti parla, peccato non conoscere bene la lingua spagnola, mi sarei fatta molti amici. Le sue case tipiche sono in mattoni, basse, con patio interno. Inutile dire che ho alloggiato in una di queste, in una camera minuscola ma molto carina, se i vicini non avessero sghignazzato tutta la notte sarei stata benissimo!

Mendoza, strappata al deserto dagli Huarpe, che sfruttando il ramo dell’attuale Rio Mendoza davanti alla gola di Cacheuta, crearono una faglia geologica che si incanalava sopra il terreno alluvionale, dove crebbe la città, mantiene ancora oggi questo sistema di irrigazione unico. Gli Huarpe vennero dominati dagli Inca prima, che con le loro conoscenze tecniche migliorarono il sistema idrico, dagli spagnoli poi.

Lungo la Calle San Martin ed i suoi dintorni sfilavano i ponti familiari, costruiti sopra i fossati che costeggiavano i marciapiedi unendoli alla strada. In muratura i più ricchi, in legno gli altri, avevano le forme più varie ed erano decorate con banchi permanenti pitturati in diversi colori. Verso sera si aggiungevano sedie di vimini e amache ed i signori uscivano dalle case per godere del fresco della sera. Ci si rendeva visita mentre i servitori offrivano granatina, orzata e gelato alla cannella.

Per chi non lo avesse ancora capito, mi piace raccontare le storie e ne ho trovata una anche qui, quella del terremoto del 1861.
Fu il più terribile della storia del Sud America, il più disastroso del secolo XIX nel mondo, dando la morte a 10.000 persone, pari alla metà della popolazione di allora. Del settimo grado della scala Ritcher, pare che per ben due minuti e trentacinque secondi si sentì un rumore come di tuono, forte, lungo, assordante. Interminabile. Poi silenzio. Silenzio assoluto.

La gente si scaraventò nelle strade senza badare alle lampade a petrolio cadute per i movimenti tellurici che produssero un incendio che restò indomabile per ben 4 giorni. 

Dopo il fuoco l’acqua, i canali costruiti dagli Huarpe, ostruiti dalle macerie tracimarono, allagando ed annegando. Molti feriti vennero divorati dai ratti e dai cani. 

Gli abitanti di Mendoza erano convinti che la tanto temuta Apocalisse fosse arrivata e forse, per loro fu così. Apocalisse 8-1. 

La città venne ricostruita vicino alle rovine, il vecchio centro divenne “l’alojamiento del ferro” per la durezza della vita in quel quartiere, che ospitava solo derelitti. 

Mendoza, fondata il 2 marzo 1561 venne distrutta esattamente 300 anni dopo il 20 marzo 1861.

Ho visitato oggi le rovine della Chiesa costruita fra il 1716 ed il 1731 dai padri Gesuiti. Nel 1767, quando vennero espulsi dai possedimenti del re di Spagna passò all’ordine dei Francescani, fino alla sua distruzione. Curiosità: in quel periodo, Bouganville stava compiendo il giro del mondo e si trovava in Sud America e commentò nel suo diario le rigide regole imposte dai Gesuiti agli “indiani” come chiama i nativi nel testo, ed alla veloce cacciata dell’ordine religioso. 

Due belle sculture nell’ingresso del museo, realizzate da una donna, adoro le donne che fondono e scolpiscono, una rappresenta il conquistatore con armatura e spada, l’altra il nudo indigeno indifeso.

Un gruppo di ingegneri argentini ha pensato bene di restaurare i ruderi della Chiesa nel 2012 ergendovi una pesante struttura metallica; uno zoccolo di calcestruzzo venne costruito in precedenza per fermare l’umidità, nel modo peggiore possibile, ovvero tappando la muratura e destinandola a disgregarsi nascostamente. Questi interventi farebbero impallidire anche il mio partner lavorativo, di quando ancora lavoravo come architetto… Vero Gianni? 

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Da Santiago a Mendoza

La sveglia alle 7.30 mi ha colpita forte come una pugnalata, non sono andata a dormire presto ieri sera, ho voluto spedire l’articolo alla RivistaEtnie su Rapa Nui prima di continuare il mio viaggio, per essere mentalmente libera. Per chi pensi che scrivere non richieda energia, sappia che ce ne vuole ed anche molta. Bisogna “essere sul pezzo”, una sorta di immersione totale. Finito di scrivere bisogna battersi con collegamenti internet inesistenti per spedire foto e video a corredo dell’articolo. Le ore passano senza rendersene conto.Sapevo di non aver tempo da perdere, dovevo essere alle 9 alla stazione dei bus, un’ora prima della partenza del mio, dovevo arrivarci trascinando la mia pesante valigia, che contiene abbigliamento mare monti, per le 4 stagioni… Dalla scarpa da neve alla pinna! L’unico modo che avevo per arrivare in stazione era la metro, con le sue orribili scale, per il bus serve una tessera magnetica, quindi niente, non era per me. Per i taxi ho un’idiosincrasia, li evito come la peste! Ogni volta che sono costretta a prenderne uno succede sempre qualcosa, dall’incidente al rapimento…

Dopo una rapida doccia, mi sono ingozzata ben bene a colazione, ingurgitando il più velocemente possibile i fiocchi d’avena che ritrovavo dopo l’isola di Pasqua, dove la colazione era buona ed abbondante più del pasto principale, anzi, spesso ne conservavo una parte per mangiarla a cena. Pronta, via! Alla conquista del mondo!

I cileni sono gentili, ho dovuto chiedere, ma sempre la persona che avevo puntato ha acchiappato il manico della mia valigia e mi ha aiutata. Un ragazzo, visto che aspettando che passasse qualcuno avevo iniziato a scendere, a preso energicamente il mio trolley e lo ha riportato sul pianerottolo… “No, no, ábaco!” Ridendo ha affrontato le due rampe necessarie per arrivare alla piattaforma della metro. 

Arrivare un’ora prima era esagerato, mezz’ora sarebbe largamente bastata, ho sbagliato a chiedere ieri, ma dall’aeroporto ero arrivata proprio nel terminal ed un sopralluogo ci stava. Mi sono divertita a guardare la gente mentre aspettavo. 

Di bus ce ne erano in grande quantità e per tutte le destinazioni. I più affollati quelli per Los Angeles, che è ben lontana da Santiago del Cile, si attraversa la parte nord del paese, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, tutto il centro America, il Messico e si ha ancora un bel pezzo di strada davanti una volta negli States… Chissà, forse è più facile attraversare la frontiera, forse è meno costoso, chissà, mi documenterò.

Il bus arriva, è di un’altra compagnia rispetto a quella che avevo prenotato, sicuramente migliore perché a due piani e di prima classe , con grandi sedili in pelle reclinabili: semicama si chiamano, quasi un letto. Sono al piano superiore, salgo ed osservo. Gente, tanta gente. Pare che gli argentini vengano in Cile a fare acquisti, sono tutti carichi, con pacchi, borse e valigioni. La mia attenzione viene attirata da un corpulento donnone biondo tutto ti cotonato e truccato, stile Platinette. Non riesco a capire se sia un uomo le una donna, svetta con la sua capigliatura che farebbe invidia a Moira Orfei, parla con qualcuno, non so se il marito o la figlia, non riesco a vedere. Resterò per sempre con questo mistero. Il bus parte. Quasi in orario. Non trova l’imbottigliamento per uscire dalla stazione come gli altri partiti alle 9, orario più richiesto. Attraversiamo la periferia fatta di improbabili casette di legno ricomposto, tutte con orto e giardinetto, non è semplice vivere in Cile, a parte le cinque o sei famiglie che dominano il paese la gente è povera, si mantiene a stenti.

 Appena fuori città iniziano le vigne, è buono e reputato il vino in Cile, ma deve essere una gran fatica ottenere la striscia verde delle foglie di vite in queste montagne aride… Iniziamo a salire dolcemente sulle colline rocciose, cariche di cactus. Un fiume accompagna la strada con la sua acqua fangosa, quando posso scorgerne un’ansa è piena di piante verdissime. 

Noto una spaccatura nella montagna, sarà stato il terremoto a renderla così? 

 Saliamo, scendiamo, il fiume, punteggiato di centrali idroelettriche, ci accompagna. 

Mai visto tanti salici piangenti. Il terreno diventa sempre più brullo e carico di cactus. Passiamo il confine cileno nel quale si snoda una fila lunghissima di camion e bus, chissà dalla mia parte… La lista dei passeggeri viene consegnata ai carabiñeros, vedo passare un camion rosso con una grande scritta bianca: Italia, ma non riesco a fotografarlo. Continua la strada fra le montagne brulle, si scorgono le cime innevate in lontananza. Un cartello dai colori della bandiera ci accoglie: “Benvenidos en Argentina.” 

Inizia l’attesa. La fila è lunga, aspettando dormicchio nella comoda poltrona. Finalmente tocca a noi, prima il timbro sul passaporto, poi vengono perquisite le borse, le valige le passano ai raggi X. Qualche argentino ha esagerato con gli acquisti e viene multato. Si risale ed il viaggio ricomincia. Le alte montagne che prima sono sfilate maestose al nostro fianco adesso ci avvolgono, accarezzandoci con le loro rocce. Neve poca, ne intravedo solo un po’, il clima è cambiato, come da noi sulle Alpi, è caldo anche a quasi 3.000 metri. La regione desertica si avvicina, siamo quasi a Mendoza, le distese di vigne cominciano a spuntare, con il loro verde imbarazzante sul suolo sabbioso. Non è male il Baudron malbec che berrò a cena, forte e pastoso come piace a me, astemia, sì, ma dai gusti raffinati! 

L’Argentina sembra più divertente del Cile, paese che trovo triste, la gente è allegra, ti rivolge la parola facilmente, chiacchiera, pone domande…

Domani familiarizzerò ancora con questa città, poi via, un bus notturno fino a Buenos Aires!

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Da Santiago a Mendoza

La sveglia alle 7.30 mi ha colpita forte come una pugnalata, non sono andata a dormire presto ieri sera, ho voluto spedire l’articolo alla RivistaEtnie su Rapa Nui prima di continuare il mio viaggio, per essere mentalmente libera. Per chi pensi che scrivere non richieda energia, sappia che ce ne vuole ed anche molta. Bisogna “essere sul pezzo”, una sorta di immersione totale. Finito di scrivere bisogna battersi con collegamenti internet inesistenti per spedire foto e video a corredo dell’articolo. Le ore passano senza rendersene conto.Sapevo di non aver tempo da perdere, dovevo essere alle 9 alla stazione dei bus, un’ora prima della partenza del mio, dovevo arrivarci trascinando la mia pesante valigia, che contiene abbigliamento mare monti, per le 4 stagioni… Dalla scarpa da neve alla pinna! L’unico modo che avevo per arrivare in stazione era la metro, con le sue orribili scale, per il bus serve una tessera magnetica, quindi niente, non era per me. Per i taxi ho un’idiosincrasia, li evito come la peste! Ogni volta che sono costretta a prenderne uno succede sempre qualcosa, dall’incidente al rapimento…

Dopo una rapida doccia, mi sono ingozzata ben bene a colazione, ingurgitando il più velocemente possibile i fiocchi d’avena che ritrovavo dopo l’isola di Pasqua, dove la colazione era buona ed abbondante più del pasto principale, anzi, spesso ne conservavo una parte per mangiarla a cena. Pronta, via! Alla conquista del mondo!

I cileni sono gentili, ho dovuto chiedere, ma sempre la persona che avevo puntato ha acchiappato il manico della mia valigia e mi ha aiutata. Un ragazzo, visto che aspettando che passasse qualcuno avevo iniziato a scendere, a preso energicamente il mio trolley e lo ha riportato sul pianerottolo… “No, no, ábaco!” Ridendo ha affrontato le due rampe necessarie per arrivare alla piattaforma della metro. 

Arrivare un’ora prima era esagerato, mezz’ora sarebbe largamente bastata, ho sbagliato a chiedere ieri, ma dall’aeroporto ero arrivata proprio nel terminal ed un sopralluogo ci stava. Mi sono divertita a guardare la gente mentre aspettavo. 

Di bus ce ne erano in grande quantità e per tutte le destinazioni. I più affollati quelli per Los Angeles, che è ben lontana da Santiago del Cile, si attraversa la parte nord del paese, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, tutto il centro America, il Messico e si ha ancora un bel pezzo di strada davanti una volta negli States… Chissà, forse è più facile attraversare la frontiera, forse è meno costoso, chissà, mi documenterò.

Il bus arriva, è di un’altra compagnia rispetto a quella che avevo prenotato, sicuramente migliore perché a due piani e di prima classe , con grandi sedili in pelle reclinabili: semicama si chiamano, quasi un letto. Sono al piano superiore, salgo ed osservo. Gente, tanta gente. Pare che gli argentini vengano in Cile a fare acquisti, sono tutti carichi, con pacchi, borse e valigioni. La mia attenzione viene attirata da un corpulento donnone biondo tutto ti cotonato e truccato, stile Platinette. Non riesco a capire se sia un uomo le una donna, svetta con la sua capigliatura che farebbe invidia a Moira Orfei, parla con qualcuno, non so se il marito o la figlia, non riesco a vedere. Resterò per sempre con questo mistero. Il bus parte. Quasi in orario. Non trova l’imbottigliamento per uscire dalla stazione come gli altri partiti alle 9, orario più richiesto. Attraversiamo la periferia fatta di improbabili casette di legno ricomposto, tutte con orto e giardinetto, non è semplice vivere in Cile, a parte le cinque o sei famiglie che dominano il paese la gente è povera, si mantiene a stenti.

 Appena fuori città iniziano le vigne, è buono e reputato il vino in Cile, ma deve essere una gran fatica ottenere la striscia verde delle foglie di vite in queste montagne aride… Iniziamo a salire dolcemente sulle colline rocciose, cariche di cactus. Un fiume accompagna la strada con la sua acqua fangosa, quando posso scorgerne un’ansa è piena di piante verdissime. 

Noto una spaccatura nella montagna, sarà stato il terremoto a renderla così? 

 Saliamo, scendiamo, il fiume, punteggiato di centrali idroelettriche, ci accompagna. 

Mai visto tanti salici piangenti. Il terreno diventa sempre più brullo e carico di cactus. Passiamo il confine cileno nel quale si snoda una fila lunghissima di camion e bus, chissà dalla mia parte… La lista dei passeggeri viene consegnata ai carabiñeros, vedo passare un camion rosso con una grande scritta bianca: Italia, ma non riesco a fotografarlo. Continua la strada fra le montagne brulle, si scorgono le cime innevate in lontananza. Un cartello dai colori della bandiera ci accoglie: “Benvenidos en Argentina.” 

Inizia l’attesa. La fila è lunga, aspettando dormicchio nella comoda poltrona. Finalmente tocca a noi, prima il timbro sul passaporto, poi vengono perquisite le borse, le valige le passano ai raggi X. Qualche argentino ha esagerato con gli acquisti e viene multato. Si risale ed il viaggio ricomincia. Le alte montagne che prima sono sfilate maestose al nostro fianco adesso ci avvolgono, accarezzandoci con le loro rocce. Neve poca, ne intravedo solo un po’, il clima è cambiato, come da noi sulle Alpi, è caldo anche a quasi 3.000 metri. La regione desertica si avvicina, siamo quasi a Mendoza, le distese di vigne cominciano a spuntare, con il loro verde imbarazzante sul suolo sabbioso. Non è male il Baudron malbec che berrò a cena, forte e pastoso come piace a me, astemia, sì, ma dai gusti raffinati! 

L’Argentina sembra più divertente del Cile, paese che trovo triste, la gente è allegra, ti rivolge la parola facilmente, chiacchiera, pone domande…

Domani familiarizzerò ancora con questa città, poi via, un bus notturno fino a Buenos Aires!

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Tramonto a Rapa Nui

Godersi un tramonto davanti ai moai non è cosa che capiti tutti i giorni. Godere del sole che si nasconde dietro le nubi, dell’aria che mano mano si rinfresca…Sussultare al suono dell’onda ruggente che saluta il sole.

Le insensibili statue guardano, immobili sentinelle dai secoli dei secoli.

Ciao Rapa Nui, mi hai regalato belle giornate, nottate piene di danze, ciao, non ti dimenticherò!

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Sospesa nel tempo

img_2884Cosa sono 5 ore di fuso orario differente? Apparentemente non molto per chi, come me, sia abituato ad assorbirne 12, 11 quando in Italia vige l’ora solare. Apparentemente.
In Polinesia francese lo stile di vita fa sì che ci si alzi presto, che si vada a dormire verso le 21.30, seguendo il ritmo di albe e tramonti. Quando si arriva dall’Europa basta andare a nuotare appena arrivati ed assorbire l’energia di moana, l’oceano. Ci si mette immediatamente in riga.
Da quando sono volata all’isola di Pascqua mi sento sospesa nel tempo, – 5 ore Tahiti, + 6 ore Roma, non so mai se sia notte o giorno, quando sia il momento di cenare o di fare colazione. Dormo in due riprese, di 4 ore l’una, a tarda notte, dopo lo spettacolo, il pomeriggio, dopo le attività, stremata.
Non avevo mai puntato la sveglia alle 10 di mattina, indispensabile se voglio gustare l’ottima colazione del mio Hostal.
Nei miei viaggi passati mi sono già divertita a saltellare su e giù per la linea di data passando dall’ieri al domani con un battito d’ali, ho perso e riguadagnato un giorno con i miei giri del mondo, ma mai mi sono sentita tanto estranea al tempo di oggi.

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