Rapa Nui

Rapa Nui – In giro per l’isola

Orongo 

Rano Kau è un luogo speciale: qui venne costruita la prima casa, qui venne piantato il primo igname, qui visse i sui ultimi giorni il primo ariki, capo, Hotu Matu’a.

Le prime case di Orongo risalgono al secolo XV o XVI.

Il tangata manu, uomo ucccello, è l’emblema del culto di Orongo. In primavera, i rappresentanti di tutte le hopu, tribù, dell’isola si battevano per riuscire a trovare il primo uovo del mautara, gavotin pizzarrado nell’isolotto Motu Nui. L’uovo rappresentava la divinità, trovarlo significava essere eletti da dio. Superavano a nuoto il difficile tratto di mare, pieno di scogli appuntiti battuti dalle onde, aiutati dai galleggianti di totora dentro i quali trasportavano le provviste, restavano giorni, settimane, ad aspettare il ritorno dei migratori, fino a che il fortunato non riuscisse a trovarne l’uovo. Diventava così tangata manu, era considerato tapu, sacro, viveva in religioso ritiro per un anno, accudito e venerato da tutti. L’ultima di queste gare avvenne nel 1867.

Intorno al secolo XVI – XVII diminuisce l’importanza degli ariki e si afferma il culto del dio Make Make, con i suoi matato’a, capi guerrieri.

Il dio Make Make, che può essere paragonato al polinesiano Tane, il dio degli uccelli, tornò da Motu Motiro Hiva, gli isolotti Sala y Gomez situati ad est dell’isola di Pasqua in direzione del Cile, per portare gli uccelli a Motu Nui, dove avrebbero potuto vivere indisturbati; così avvenne e si moltiplicarono numerosi.

L’unico moai di Orongo, Hoahakananai’a, l’amico rubato, venne prelevato per essere portato alla regina Vittoria nel 1868, durante la spedizione Topaze. Era nella casa che venne distrutta dal nome Taura Renga e faceva parte della cerimonia del poki-manu. Scolpito intorno al 1.400, in basalto, era inciso con diversi petroglifi.

Solo i sette moai di Ahu Akivi guardano il mare, gli altri si presentano tutti con lo sguardo rivolto all’interno dell’isola. Rappresentano i sette esploratori inviati dal l’Ariki Hotu Matu’a in avanscoperta a verificare il sogno di Haumaka.

Ahu Tongariki è la piattaforma più estesa, con i suoi 15 moai ben allineati, dei quali sono uno porta il pukao, copricapo in pietra rossa, originaria del cratere di Puna Pau, alle spalle di Hanga Roa.

Nell’unica spiaggia dell’isola, Anakena, dove secondo la leggenda approdarono i primi arrivati, si possono ammirare due piattaforme, l’Ahu Ature Huki restaurato da Thor Heyerdahl nel 1954 e l’Ahu Nau Nau, restaurato da Sergio Rapu nel 1980. Anakena è diversa dalle aspre coste rocciose e nere dell’isola, il suo palmeto, la sabbia fina e bianca ci ricordano di essere in Polinesia.


Rano Raraku
, il cratere cava dei moai, è unico al mondo. Le sue pendici sono disseminate di statue dall’espressione dubitativa, in parte affossate nel terreno, con varie inclinazioni. Erano “in cammino” per la loro destinazione finale, alcune si sono rotte strada facendo e non potevano più essere utilizzate, altre non sono mai arrivate. Tra queste la più antica è quella chiamata “il bambino”, perché più piccola delle altre, rappresenta una figura in ginocchio. La più lunga, circa 10 metri, il gigante, è ancora prigioniera della roccia d’origine, dalla quale non venne mai staccata.

 

 

Non lontano dalla cittadina di Hanga Roa, centro principale dell’isola, si può godere della compagnia di tre Ahu, il primo con cinque moai allineati, il sesto è mancante, un antico Ahu con il moai consunto ma ancora imponente e l’Ahu Tahai l’unico ad avere il pukao, cappello, ed occhi, anche se gli originali, unico paio che si è conservato, sono ben nascosti sull’isola. Sono intagliati nel corallo bianco con la pupilla in ossidiana.

 

Tutti i moai hanno le mani scolpite appoggiate sul basso ventre, il luogo di dimora dell’anima, secondo i polinesiani.

Rapa Nui, questa isola cosi particolare conserva, ancora oggi la sua potente cultura, unica nel mondo.

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Rapa Nui

Rapa Nui anche conosciuta come isola di Pasqua è uno dei posti più isolati al mondo: dista circa 4.000 km dal lembo di terra più vicino. Il turismo si è sviluppato grazie alla costruzione della sua pista aerea, finanziata dagli USA durante la presidenza di Ronald Regan, come punto di atterraggio di emergenza in questa zona del globo terrestre, necessario alla NASA per i suoi lanci.

La leggenda principale dell’isola narra del sogno di Haumaka, allora consigliere dell’ariki, capo. Una nuova isola gli appare mentre sta dormendo, dove il suo popolo potrà continuare a vivere dopo la catastrofe che sommergerà la loro terra, chiamata Hiva. Così l’Ariki Henua Hotu Matu arriva a Rapa Nui, stabilendovisi per i secoli seguenti. Circa mille le anni dopo, verso il 1610, ecco una nuova ondata migratoria: sono uomini con i lobi delle orecchie allargate, grandi e forti che e questo verranno chiamati tangata hanau e’epe. I primi abitanti erano tangata hanau momoko, uomini di razza magra. Gli ultimi arrivati svilupperanno gli ahu, costruzioni megalitiche , piattaforme, e i moai, riducendo in schiavitù l’etnia presente nell’isola. I moai erano preesistenti alla seconda ondata di migrazione. Sono paragonabili ai marae della Polinesia, grandi piattaforme in riva al mare, luoghi sacri e di riunione al cui interno venivano sepolti i defunti. La particolarità di Rapa Nui è proprio la presenza di questi moai, grandi statue in pietra, costruite in dimensioni sempre maggiori, nelle quali l’anima sarebbe volata una volta lasciato il corpo. Più la persona era importante, più grande doveva essere il suo simulacro.

Svilupparono anche il rongorongo, la scrittura bustrofaica, unico esempio di trasmissione non orale in tutta l’Oceania.

Dopo la seconda migrazione, la popolazione crebbe velocemente, arrivarono le guerre dovute al sovraffollamento che metteranno fine al culto del tangata manu, uomo uccello.

Il primo navigatore a giungere sull’isola fu l’olandese Rogeween che vi approdò con tre navi il 5 aprile 1722, giorno di Pasqua.

La vita sull’isola è la dimostrazione di come sia possibile essere felice con poco.

Nell’isola esiste il piano A.M.O.R.E., per proteggere la terra, la cultura, gli anziani, i bambini, i meno abili e così via.

A Auto sostenibilità

M Miglioramenti continui

O Ottimizzazione delle risorse

R Responsabilità sociale

E Endependencia, la persona che si autogoverna.

Questo programma può essere rappresentato come una piramide rovesciata con alla sua sommità il popolo responsabile.

Appartenente alla regione di Valparaiso, l’isola di Pascua è provincia del Cile dal 1888, anche se i rapanui furono riconosciuti come cittadini cileni sol nel 1966.

L’isola viene governata da 36 ariki, rappresentanti di altrettante famiglie, ognuna delle quali elegge il proprio, alcune a vita, altre per 2/4 anni. Il consiglio dei 36 ariki si chiama Mau Hatu ed è riconosciuto dal Cile dal 1888.

La proprietà terriera viene gestita dal Mau Hatu con honui, autonomia, come nell’isola di Rapa alle Australi.

Gli abitanti dell’isola sono, tra l’altro, scontenti della tassa di 32.000 us$ versati al governo cileno, da ogni nave da crociera che si ancora davanti all’isola; è da poco che i fondi generati dalla tassa di ingresso al parco di 80 us$ a persona vengono destinati direttamente all’isola.

L’isola di Pascqua viene visitata da 100.000 turisti l’anno. Ha la capienza di 5.000 camere al giorno.

La bandiera dell’isola mostra su sfondo bianco un rei miro rosso. Rei miro è il pettorale tipico di questa isola: rei significa sterna, la rondine di mare, miro barca: una falce, che rappresenta la canoa, con due teste umane alle estremità. Esistono antichi rei miro coperti da scrittura rongorongo. Pettorali simili vengono adottati dalle donne nelle Isole Salomone come ornamento.

Un’altra scultura tipica di Rapa Nui è quella che rappresenta la varua, anima, come apparse in sogno ad un indigeno. Al risveglio corse a scolpirla per ricordarne ogni minimo dettaglio. È una figura umana grottesca, magra, scavata, con le costole ben in evidenza con il viso allungato. Rappresenta il corpo umano attaccato dalla decomposizione della morte. Ancora oggi statue della stessa fattura vengono portate in scena, per rappresentare le anime dei tupuna, antenati.

Le foto dei tupuna, antenati, come scenografia del Tapati

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Tapati

Tapati

Il Tapati nasce negli anni 60 per esprimere il malcontento della popolazione dell’isola di Pascua, forzatamente sottomessa al governo cileno, prende spunto da una usanza antichissima: quando il Viceré di Spagna faceva il giro delle varie tribù dei possedimenti in Sud America, si organizzava una grande festa in suo onore. Arrivava nell’isola nel mese di anachena, luglio, per assistere all’attività culturale preparata nel corso dell’anno. Ai nostri giorni ha luogo nella locale primavera, ad inizio febbraio.

Nel 1974 prese il nome di Tapati, che significa settimana. Inizialmente della durata di 3 giorni, poi una settimana, adesso, dopo 20 anni consiste in ben 2 settimane ricche di manifestazioni.

Il Tapati fa parte del programma A.M.O.R., ed è il miglior modo per conservare e tramandare la cultura immateriale.

A novembre si celebra la giornata della lingua, in particolare per i giovani. Il Tapati è il culmine di questo ed altri avvenimenti che si sussuegono nel corso dell’anno. Rappresenta un momento di avvicinamento: ci si abbraccia, ci si perdona, ogni rancore viene sepolto.

Fino ad oggi la prima prova del Tapati era l’Akavenga: viene allestita una pista con ostacoli di ossidiana intorno al cratere di Rano Raraku, la cava dei moai; i partecipanti devono percorrerla con le spalle cariche di banane, attraversare a il lago interno al cratere sul galleggiante di totora, ritornare remando sempre sullo stesso. Questa competizione ha avuto luogo quest’anno per l’ultima volta, è stato deciso di sospenderla per non rovinare il delicato ambiente del cratere.

Nei giorni si susseguono gare le più disparate, che corrispondono alle prove che si sostenevano per il passaggio dall’adolescenza all’essere uomo.

He’a’ati hoi: corsa di cavalli, naturalmente senza sella.

Haka ngaru: surf su galleggiante di totora.

Haka honu: surf con il solo corpo sopra le onde.

He akavenga: corsa con banane verdi sulle spalle.

Tautari: schivare bastoni di canna da zucchero.

Tautanga: schivare lance con punte affilate di ossidiana.

Haka pei: discesa sui tronchi di banano. La collina sulla quale si scivola è alta 350 m circa ed ha una inclinazione di 45 gradi. Dieci partecipanti hanno preso parte alla prova quest’anno, vincitore l’ultimo in gara, che si è esibito in una discesa magistrale.

La regata He’a’ati hoe vaka vede in competizione barche a remi, non le canoe tradizionali polinesiane, per sicura influenza continentale.

He’a’ati tunu kai, gara culinaria, ma i forni sono interrati, secondo la vera tradizione polinesiana!

He’a’ati kau, gara di nuoto in mare aperto.

He kau ki te huri giavellotti dalla tagliente punta di ossidiana devono essere lanciati e restare infissi in un tronco di banano da una distanza prestabilita. Il vincitore è riuscito a mettere a segno tre colpi su tre, realizzando il punteggio massimo.

Ogni sera, fino a tarda notte è possibile assistere agli spettacoli di canto e danza dove i due gruppi principali dell’isola si sfidano, come all’epoca, le due tribù principali dell’isola si combattevano con crudeltà. Fortunatamente cannibalismo e torture fanno parte di un passato dimenticato.

 

He koro haka opo: le due corali si sfidano una canzone dopo l’altra, guai ripetersi, si viene squalificati!

He’a’ati kai kai o te nu’u’a’ati: simile ai pata’uta’u polinesiani, vengono raccontate storie e leggende con un canto ritmato, dopo aver realizzato con una cordicella l’immagine che illustra la recita.

He haka tike’a i te ‘ori e te himene: balli e canti ancestrali, i partecipanti, seminudi ma con i corpi colorati ed abilmente dipinti con le terre dell’isola, danzano e cantano come si faceva anticamente sull’isola. I testi sono stati recuperati grazie alla pubblicazione di uno studioso tedesco, che li ha accuratamente raccolti. Inutile dire che i movimenti delle danze ricordano quelle dell’isola di Rapa alle Australi in Polinesia francese.

Lo stile di danza di Rapa Nui è stato chiaramente influenzato dai ritmi sudamericani, interessante vedere come esista una forma di tango, in questo caso riveduta e corretta secondo il gusto dell’isola: la si balla scalzi, saltellando, compiendo movimenti impensabili in un tango argentino.

He’a’ati A’amu tuai: vengono messe in scena due opere teatrali legate alla tradizione. Gli attori, con i corpi dipinti, entrano nel passato, facendoci rivivere avvenimenti legati alla storia dell’isola. Il gruppo vincitore ha inscenato la morte dell’ariki con la sottrazione della sua testa, parte del corpo considerata sacra tanto che gli uomini non si possono tagliare i capelli, ed intoccabile perché carica di mana, energia. Testa poi casualmente ritrovata.

Esperienza indimenticabile il partecipare alla Farandula, he tataku i te tangata o te nari nari, la processione con tanto di carri che non ha nulla da invidiare al carnevale di Rio. Chiunque lo voglia, può farsi dipingere il corpo con le terre colorate dell’isola, sfilare cantando e ballando. Esperienza entusiasmante! Ci si sente parte integrante della competizione, oltre a portare qualche punto al gruppo prescelto.

Colorare il corpo con le terre fa parte dell’antica tradizione chiamata takoma. Il colore rosso ki’ea è il prediletto dagli abitanti dell’isola, il nero si ottiene dalle piante carbonizzate, il bianco può essere usato come sfondo o per realizzare disegni sul fondo rosso.

L’alcalde, il sindaco, don Pedro Pablo Edmunds Paoa ama profondamente la sua isola. È possibile pranzare con lui e sentirlo esplodere in un fischio che farebbe invidia ad un pastore sardo, per fermate turisti troppo espansivi che cercavano di salire sul moai. Al suo sesto mandato, ha voluto dedicare il Tapati di questo anno ai patriarchi ed alle matriarche della comunità, ai saggi del Mau Hatu o Te Kainga.

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Tramonto a Rapa Nui

Godersi un tramonto davanti ai moai non è cosa che capiti tutti i giorni. Godere del sole che si nasconde dietro le nubi, dell’aria che mano mano si rinfresca…Sussultare al suono dell’onda ruggente che saluta il sole.

Le insensibili statue guardano, immobili sentinelle dai secoli dei secoli.

Ciao Rapa Nui, mi hai regalato belle giornate, nottate piene di danze, ciao, non ti dimenticherò!

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Sospesa nel tempo

img_2884Cosa sono 5 ore di fuso orario differente? Apparentemente non molto per chi, come me, sia abituato ad assorbirne 12, 11 quando in Italia vige l’ora solare. Apparentemente.
In Polinesia francese lo stile di vita fa sì che ci si alzi presto, che si vada a dormire verso le 21.30, seguendo il ritmo di albe e tramonti. Quando si arriva dall’Europa basta andare a nuotare appena arrivati ed assorbire l’energia di moana, l’oceano. Ci si mette immediatamente in riga.
Da quando sono volata all’isola di Pascqua mi sento sospesa nel tempo, – 5 ore Tahiti, + 6 ore Roma, non so mai se sia notte o giorno, quando sia il momento di cenare o di fare colazione. Dormo in due riprese, di 4 ore l’una, a tarda notte, dopo lo spettacolo, il pomeriggio, dopo le attività, stremata.
Non avevo mai puntato la sveglia alle 10 di mattina, indispensabile se voglio gustare l’ottima colazione del mio Hostal.
Nei miei viaggi passati mi sono già divertita a saltellare su e giù per la linea di data passando dall’ieri al domani con un battito d’ali, ho perso e riguadagnato un giorno con i miei giri del mondo, ma mai mi sono sentita tanto estranea al tempo di oggi.

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Tematai

Tematai, il vento, la fa da padrone qui nell’isola di Pascqua, soffia impetuoso gonfiando le onde del mare che si frangono con violenza, nel mentre i moai stanno a guardare, o meglio, volgono sdegnosi il dorso. Uno dei misteri della memoria perduta è questo: il perché le grandi statue siano rivolte verso terra e non scrutino l’oceano impetuoso? Ieri, quando le ho riviste dopo 8 lunghi anni e dopo essermi polinesianizzata ho capito: i moai ci guardano e ci proteggono dalla furia di questa natura estrema che può scatenarsi, esplodendo in una violenza tremenda. È lo sguardo benevolo dei tupuna, antenati che si posa su di noi, del popolo dalle lunghe orecchie, il cui scopo nella vita era di costruire la statua più grande e più bella, affinché l’anima nel momento estremo della vita avesse un simulacro degno dove volare, e da lì volgere il suo sguardo benefico sulla discendenza. 

È una giornata ventosa oggi nell’isola di Rapa Nui. Tematai si fa sentire e nel suo soffio ci porta antichi ricordi.

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Tango?

La mia prima serata al Tapati, già cominciato da 3 giorni, mi ha fatto assistere alle danze dei bambini. In effetti più che bambini si tratta di ballerini adolescenti, quei corpi acerbi ma già ben formati, giovani e muscolosi che tanto piacciono alla mia amica ballerina di ‘ori Tahiti. ​

Due scuole di danza si sono sfidate a colpi di anche, i bianchi ed i rossi, con vincita sempre anche se per 1 solo punto, dei bianchi. Le danze tipiche di questa isola le conoscevo un poco, spesso i pasquani sono ospiti nelle manifestazioni polinesiane anche se in numero sparuto, diverso è vedere il palco pieno e sentire la gioia di ballare tutti insieme. 

Belle e particolari le corali, con le voci accompagnate dal dolce ritmo di due pietre battute l’una contro l’altra. 

Interessante scoprire che esiste una forma di tango tipica di questa isola che si balla scalzi, saltellando leggermente. 

Evviva l’unicità delle isole isolate! 

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Pollicino

Si respira un’aria diversa qui a Rapa Nui durante il Tapati.Il posto è splendido, si è circondati dai Moai che troneggiano per ogni dove, i grandi prati verdi, il mare con le sue onde impetuose che si rifrangono sugli scogli… È un’isola, siamo in un’isola, nell’isola di Pasqua! 

Oggi mi sono persa. Tanta la voglia di assistere al Tapati che mi sono precipitata fuori dal mio Hostal senza troppo ascoltare le indicazioni della gentile proprietaria; dopo un paio d’ore passate in spiaggia ad ammirare i surfisti che si facevano scivolare sui fasci di totora, Schoenoplectus californicus, al colmo della stanchezza ho cercato di rientrare. È iniziato così un “a la derecha, a la ischierda, tiene una stradita…” mi hanno spedita in tutte le direzioni, fuorché in quella giusta, aiutandomi in tutti i modi, con indicazioni farraginose, facendomi arrivare nell’Hostel della concorrenza, ma la mia valigia era già posata altrove, o facendomi aspettare 15 minuti con la speranza che l’impossibile internet aprisse la pagina dove l’indirizzo veniva gelosamente custodito… Non mi preoccupavo più di tanto, lo scenario in cui questo avveniva era sotto lo sguardo vigile delle grandi statue scolpite. Gli occhi di corallo dal valore inestimabile. Come fare per risolvere questa difficoltà? A chi chiedere aiuto? Ai “carabineros” naturalmente, che gentilmente hanno telefonato al mio alloggio: “Carabineros, tenemos una mujer de Italia…” No ero innocente, mi ero solo persa ed il fido IPhone sul quale avevo numero ed indirizzo si era scaricato… La gentile signora è venuta a prendermi con il sorriso sulle labbra. La

Stasera quando uscirò guarderò bene la strada e farò cadere una lunga fila di sassolini bianchi, come pollicino.

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