Polinesia Francese

La tua corona di fougère

Con la tua corona di fougère in capo mi metto in posa e ti sorrido, carica di desiderio.

È bello percepire il chiarore dell’alba fra le fronde del tuo giardino, mentre la pioggia cade impetuosa.

Cosa c’è di meglio che dormire abbracciati mentre l’universo si sta sciogliendo?

Le mille figure del tuo marae ballano davanti al mio volto, mi guardano, osservano, partecipano anch’esse alla fiera dei sensi.

Tutto gira intorno a me, mentre la pioggia esalta i profumi…

Il profumo di questo momento, il profumo di questa corona di fougère.

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Compleanno 

Volevo festeggiare il mio compleanno in spiaggia, riunire gli amici a pk 19, dove ci sono tanti tavoli ed il mare è limpido e pulito con il suo fondo roccioso. Avevo sparso la voce già prima di partire per Rapa, certa delle simpatiche adesioni, ma qualcosa non ha funzionato. La pioggia ha iniziato a cadere già da una settimana, continua incessante, in un orribile crescendo. La notte spesso mi svegliavo per il frastuono delle onde, non molto vicine ma altamente chiassose. Il 22 tirata la tenda dal quarto piano della mia camera non potevo vedere nulla, tutto era bianco intorno a me, una valanga di acqua si stava riversando sull’isola di Tahiti. La corrente mancava, il vicino supermercato era chiuso. Verso le 7 ho provato ad uscire, approfittando di un attimo di tregua, per andare al mercato, come tutte le domeniche. Fango ovunque. Intorno alla mia macchina, sulla quale sono salita compiendo acrobazie per non sporcarmi, per le strade… Il sottopassaggio davanti al mare era pieno di fango fin sotto alla trave, mai vista una cosa simile! Ho provato a continuare, fango ovunque, sul lungomare qualche rara persona camminava con l’acqua sporca al ginocchio… Ho rinunciato. Avevo invitato la famiglia di amici alle 9 di mattina in un simpatico locale alla marina, per colazione, quello che è il pasto principale della domenica in Polinesia. Chiuso, inondato. Abbiamo cercato insieme un’alternativa, muovendoci in un panorama surreale: fango ovunque, strade allagate, fiumi straripati, cascate che zampillavano fra le rocce della montagna. L’aeroporto è stato chiuso, gli aerei dirottati alle Isole Cook. La giornata è passata simpaticamente, ho ricevuto una montagna di auguri, ma non la dimenticherò tanto facilmente!

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La forza della natura

La natura ha scatenato tutta la sua forza. Sono tre giorni che la pioggia cade forte ed implacabile, che il vento ulula fra le cime degli alberi, che il mare, perso il suo bel colore azzurrato, si agita come una furia, esprimendosi in tutta la sua violenza. “Bisogna che l’occhio delciclone continui a girare, che non si fermi, perché se si ferma e ti guarda è la fine”! Mi spiega Jojo, questa notte ci siamo tutti svegliati per la furia degli elementi, con la paura che la vetrata delle nostre stanze potesse esplodere sotto la spinta del vento. Avevo già pensato di spostarmi in corridoio col materasso…

In Italia neve e terremoti, in Polinesia acquazzone e mare in tempesta. Sono stata fortunata a rientrare la scorsa settimana in cargo con il mare calmo, non so come avrei fatto in queste condizioni, si sta valutando di chiudere il porto di Papeete e il traghetto per la vicina Moorea ha cambiato itinerario, entra nella barriera corallina dal canale di Tupuna, raddoppiando il tempo di percorrenza; lo si vede arrivare a balzelloni, mentre il capitano procede con estrema attenzione. In montagna tutto crolla, le

strade si allargano colpite da fessure, c’è chi resta bloccato in casa, chi non riesce più ad uscire, chi si ritrova col pavimento infangato…

Poveri turisti inghirlandati, non avete certo scelto il momento migliore per visitare questo paradiso! Il viaggio sognato una vita non si mostra certo all’altezza dell’aspettativa!

È la stagione delle piogge, adesso a Tahiti.

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Il colore dell’oceano

8/1Il cargo è in mezzo all’oceano, intorno a noi acqua, acqua ed ancora acqua. Segue quelle che sono le autostrade del mare, percorse dai tempi dei tempi dai navigatori polinesiani, abili a cogliere ogni segno della natura per scoprire nuove isole. Per chi pensi che l’oceano abbia un solo colore, non è così. Ci sono zone più fonde che si colorano di blu cobalto, con una pennellata di nero, ecco i chiaroscuri delle onde, le piccole onde che movimentano la superficie compatta della massa acquatica, con, a volte, una spruzzatina di bianco in cima. Il sole vivifica il tutto, regala una patina lucida al pelo dell’acqua, rendendo questo mare brillante ma anche luccicante, quasi un cielo pieno di stelle, con i suoi riflessi cangianti. Comprendo come sia stato possibile il suo culto, il culto del sole, che dall’antico Egitto alle isole polinesiane porta lo stesso nome Raa. Le nuvole partecipano al gioco di colori con il loro riflesso o filtrando il sole, schermandolo per attenuare la potenza dei suoi raggi.

La scia traccia il passaggio del cargo, tanto deciso quanto effimero, di un turchese pieno di schiuma, come nella vasca di una diva di Hollywood. Lunghi fili da pesca sono appesi dietro la nave, se mai un pesce abboccasse c’è subito qualcuno pronto a recuperarlo per farlo finire in padella. Appena partiti per ben due volte avevano abboccato, ma gli animali, nella furia della sopravvivenza, erano riusciti a liberarsi, malconci e sanguinanti, certo, ma con intatta la speranza di vita.

La mia cabina è comoda, al primo piano, ancora una volta ho avuto un trattamento di favore, sono in quella destinata al direttore della crociera, unico neo, non ha la finestra. Ogni tanto esco a respirare l’immensità del mare, a godere dell’apertura dell’orizzonte, sottolineata dalle nuvole sparse secondo file leggere in lontananza. Due intere giornate di mare fino alla sosta di un giorno nell’isola di Tubuai, si continua poi due altri giorni fino a Tahiti. Mi piace viaggiare in cargo, il mare è calmo, le mie preghiere sono state esaudite!

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Rapa, la partenza

7/1

La grande nave carica di merci è arrivata ieri sera verso le 19, con l’ultimo chiarore del tramonto, da questa mattina scarica le preziose mercanzie che ogni abitante attendeva. Mai visto tanto traffico nell’unica strada dell’isola! Molti sono costretti a più viaggi per recuperare le mercanzie, non tutti hanno un’auto, c’è chi viene in dumper, chi ha un simpatico rimorchio attaccato alla bicicletta… Verso mezzogiorno il segnale: due colpi di sirena, è il momento di prepararsi ed andare al porto. Tutta l’isola è venuta a salutarci. Ogni persona in partenza ha una corona in capo, la mia non è di fiori freschi, è preziosamente realizzata con foglie seccate e colorate con terre ed erbe, la mia ospite ci tiene a non farmi sfigurare! Il simpatico Micael mi infila una grossa collana di conchiglie con tanto di medaglia già mentre cammino verso il porto, è timido, preferisce salutarmi lontano dalla folla. Ogni persona che saluto ha per me un regalo, collane dei semi tipici dell’isola vengono infilate intorno al mio collo, una dopo l’altra. Sono gentili gli abitanti della remota isola di Rapa, ognuno ha un pensiero per me, una signora infila una borsetta intrecciata nel mio braccio… Iniziano i canti. Si canta e ci si saluta, con due sonori baci sulle guance e tanti regali, mille ringraziamenti, gli occhi sono lucidi, fastidiose lacrime scivolano sul viso. Tutto il villaggio canta, non è il tono forte ed allegro del nostro arrivo, è un tono basso, triste e lento che sottolinea la tristezza di questa partenza. Il temuto momento arriva, la passerella viene levata i canti salgono di tono, le lacrime colano, l’isola si allontana…

Grazie Rapa, grazie di avermi accolta, grazie di questa bella esperienza!

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Il giro dell’isola di Rapa!

6/1

Il sole ci ha baciato con vigore questa mattina presto, dandoci la sua benedizione per il giro dell’isola che compiremo a bordo di due baleniere, entrambe cariche di ragazzini della scuola media che domani, come me, lasceranno l’isola per ritrovare la scuola a Tubuai, a Tahiti od in altre isole. 

Il giro comincia, il capitano della mia barca è Tehau, il mio ospite, che ho scoperto essere anche un ottimo ballerino. Passiamo ad Area, il villaggio di fronte, per recuperare gli ultimi partecipanti e via! Pronti a solcare l’oceano! 

La giornata è meravigliosa, troviamo giusto un po’ di mare all’inizio, nella parte est dell’isola, il resto è coperto dal vento. Non passiamo nel canale di accesso, costeggiamo quel grande scoglio che è la remota isola di Rapa passando fra questa e l’isolotto chiamato Rapa Iti, la piccola Rapa, il primo di una serie disseminati intorno alla costa. Per superare la fine dell’isolotto dobbiamo aspettare il momento opportuno, il passaggio non è molto profondo, bisogna contare le onde, mi spiegano, ed ecco, via, si passa velocemente per non perdere l’attimo. L’isola è un alternarsi di pareti rocciose e colate laviche che si possono indovinare ancora, dopo svariati millenni. Passiamo la baia della famosa grotta, dove vivevano i tupuna, gli antenati, che ha al suo interno una sorgente, continuiamo il nostro percorso fino alla valle di Pareati, anticamente abitata, se ne vedono chiaramente le tracce. Il luogo è meraviglioso, circondato dal verde dell’erba, soffice ed umida dei mille rivoli che cercano di unirsi per diventare un ruscello, il mare risplende nel suo colore blu più intenso, l’isolotto di Rarapai con i suoi due picchi trionfa in un lato della baia. I ragazzi corrono immediatamente sulla collina seguendo il fiume, i polinesiani adorano fare il bagno nell’acqua dolce, scivolare sulle rocce lisce per passare, fra spruzzi e schiamazzi, da una pozza all’altra. 

Sulla spiaggia la grande organizzazione per il pranzo comincia immediatamente, è vero che in Polinesia non si rischia di morire di fame, qui a Rapa questo concetto viene amplificato dai mostruosi tamara’ara, dove le tavole vengono imbandite con ogni sorta di prelibatezza in enorme quantità. Sul fuoco finisce ogni tipo di cibo: quarti di pollo, pezzi di capra, maiale, bue, dentro una pentola uno spezzatino di cane, il suo padrone ha dovuto abbatterlo perché non riusciva ad addestrarlo e qui non si butta nulla. Alla mia domanda: “Lo mangerai?” Mi risponde sereno: “Certo, tutti insieme.”

Gli uomini sono partiti alla pesca, indossate le mute, resteranno ore in acqua, caricati i fucili, per procurare i pesci per noi e per le loro famiglie. Una vera armata di guerra! 

Dopo il lungo pranzo tutti a terra per una salutare siesta, il cielo è coperto adesso ed un venticello leggero scaccia le mosche. 

È ora di rientrare, magicamente pentole, ghiacciaie, tendoni, ogni cosa sbarcata viene raccolta, piegata, imbarcata, in un attimo sulla spiaggia come traccia del nostro passaggio restano solo le ceneri del fuoco, ancora calde. Terminiamo il giro lentamente, con calma. Il mare è ben calmo, mi indicano il moai naturale a Komire, continuiamo passando per Mata, la montagna testimone di una triste storia: un marito tradiva la moglie, lei lo sapeva e soffriva. Quando l’uomo andava a pesca i pesci più grossi erano per l’amante, per la povera donna ed i sui figli solo i resti… Un brutto giorno, al colmo dello sconforto la donna sale sulla montagna insieme ai suoi figli, il marito la vede e la segue da lontano. Arrivata sulla grande falesia prende il primogenito e lo getta dal dirupo, poi il suo secondogenito, il marito si avvicina e le chiede cosa mai stia facendo, la donna mente: “Getto pietre sugli uccelli.” Si annoda in vita un tessuto con dentro il suo ultimo nato e si getta essa stessa nel dirupo. Pare che la sua anima vaghi ancor’oggi nei dintorni di questo luogo.

Ecco, siamo in vista di Ta’una l’isoletta di sabbia con 1 pino al centro a fianco del canale d’accesso all’isola, il giro è finito, siamo arrivati. 

Che bella giornata!

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Cantare…

2/2
Un altro miracolo si è compiuto nella remota isola di Rapa, non solo ho cantato esibendomi nel coro, davanti a tutta la popolazione, mi sono anche esibita come solista! Alla fine del grande tamara’ara dove ci è stato offerto cibo di ogni tipo in grande quantità, sono cominciati i discorsi, terminati con un canto. Il grosso sindaco, sempre ironico, le cui parole fanno sganasciare la popolazione, l’anziano pastore di Area, con sua moglie, curva ma piena di vita, si sono esibiti in un tenero duetto, l’etnologo di chiara fama francese e la moglie hanno cantato in Reo, lingua, Rapa. Una famiglia polinesiana della quale il padre è originario di Rapa non teme il microfono: la donna canta una famosa canzone della sua isola alle Tuamotu composta dal nonno ed è un’ovazione! Tocca poi alla coppia po’opa, francese, arrivata in veliero, tanti ringraziamenti ma niente canto, no, proprio non sanno e non se la sentono di cantare. Nel mentre percepivo il cerchio che si stringeva intorno a me, il mio turno stava per arrivare e cercavo di pensare ad una qualche strategia per non uscire troppo male da questa ardua prova. Un bel discorso, iniziato in italiano con un “Buongiorno, buon anno!” Le sonorità della mia lingua piace tanto ai polinesiani, seguito dalla sua traduzione in Reo Ma’ohi, che ancora non domino, ma fino a questo, ci arrivo: “‘Ia Ora Na, ma Tahiti api!” Ho guadagnato il primo applauso. Dopo qualche parola sulla curiosità che ho avuto sin dal mio arrivo in Polinesia, per quest’isola e le sue indiscusse qualità, come l’inaspettato ottimo cibo, mi sono ritrovata al centro della tenuta richiesta: “Himene, himene!” “Una canzone, una canzone!” Ho giurato a me stessa di cercare d’impararla, per il futuro, almeno questa, almeno una. Dopo aver avvertito il mio pubblico del rischio che avrebbero corso le loro orecchie mi sono lanciata in un “O sole mio…” La sala è immediatamente risuonata dell’eco della mia melodia, “O sole mio” è la canzone più cantata nel mondo, naturalmente il popolo polinesiano la conosce, fino nella remota isola di Rapa, così, accompagnata e sostenuta dalle voci del coro improvvisato, ho cantato la prima strofa, con la voce carica di emozione e le lacrime che scendevano dai miei occhi. All’ultimo “…sta nfronte a te” ho ricevuto un’ovazione, in parecchi sono venuti a congratularsi con me per come avessi cantato bene. Non è forse un miracolo questo per una come me, stonata dalla nascita? img_2323

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Capodanno

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Un raggio di sole fa risplendere la profonda baia della remota isola di Rapa, il vento è calato, ecco un bel regalo per questo primo giorno dell’anno 2017, dopo tanto Makiki, il vento freddo del sud, condito da tanta pioggia.
L’ultima serata dell’anno è trascorsa tranquilla, come le altre, forse ancora di più, la coppia dei miei ospiti si è addormentata appena dopo il tramonto: era stata incaricata di preparare il pesce crudo per il grande tamara’ara, banchetto, di oggi e si sono dovuti alzare alle 2 di notte per tagliare, insieme ad amici e parenti, la montagna di filetti di tonno che li aspettava. Ieri era toccato alle verdure, peperoni, pomodori, cipollotti e succo di limone, ogni alimento è stato accuratamente pulito e tagliato, per essere pronto all’uso. Tagliano fino, senza essere spaventate dalla quantità, le donne dell’isola, grandi lavoratrici. Un particolare divertente, avevano svuotato di polpa e semi i pomodorini che crescono nell’isola ed avrebbero gettato questo appetitoso succo se non fossi intervenuta passando al forno due baguette e preparando due teglie di bruschette! Ampiamente apprezzate!
Oggi, dopo la lunga messa al tempio, avrà luogo l’annuale riunione di tutti gli abitanti dell’isola: chiunque abbia qualcosa da dire può farlo. Sarà in lingua locale, spero ardentemente di trovare un traduttore. Dopo la riunione il ballo pubblico, impossibile farlo il 31, quando tutti sono presi dai preparativi del grande tamara’a del 1 dell’anno. Nella remota isola di Rapa si balla il 1o gennaio!img_2303

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Preparativi

img_2234Sveglia alle 4, fuori è ancora buio ma si percepiscono le nuvole basse che incorniciano la baia di Ahurei; qui si chiama hupe magu, quando la lunga distesa bianca incornicia la pianta di magu aiutandola a fiorire.
Passano a prenderci e non sono ancora pronta, urlo dalla finestra, “aspettatemi!” Mi vesto furiosamente. Con un salto sono nella benna del pick-up che ci porta fino al molo. La barca è piena, donne con secchi e sacchi sono già sedute nella piccola imbarcazione. Dopo di noi un’altra ritardataria salta in barca veloce, ci eravamo appena staccati dal molo, non siamo state noi le ultime. In dieci minuti arriviamo dall’altro lato della baia, una breve simpatica navigazione costeggiando il passaggio fra le rocce di corallo che porta all’oceano. Siamo ad Area, il secondo comune della remota isola di Rapa. I preparativi per la fine anno fervono, non li avrei persi per nulla al mondo. I firifiri caldi, appena fritti ci attendono, una donna ne sta cuocendo un’infinità, con l’aiuto di due sole bacchette con le quali ritma sulla stessa padella, nei tempi morti del suo lavoro. Sui tavoli una sfilata della pasta per questo dolce nella sua caratteristica forma ad 8, attende il suo turno di essere gettata nell’olio bollente. Il cibo è particolarmente buono qui: “Non lo facciano per vendere come a Tahiti, lo facciamo per noi.” Mi dice una donna, ed è vero! Gli ingredienti buoni e freschi fanno la differenza, sull’isola non esiste nulla di chimico, si coltiva senza pesticidi o fertilizzanti, la terra è ottima, quanto si parassiti, a quelli ci pensano gli umani a toglierli manualmente. Dopo la colazione le donne si radunano per preparare la popo’i, tutte insieme, a fianco del Tempio, sedute davanti alle larghe pietre a battere e battere, e battere…
Un gruppo di donne passa, trascinano lunghi rami frondosi di bambù, sembrano pavoni, dalla lunga coda verde di piume, no, sono foglie! Le piante serviranno per decorare la grande sala, le più alte prima, e foglie, foglie ed ancora foglie, tutto quello che la natura può offrire per abbellire il luogo dove ci si riunisce nei giorni di festa. Domani toccherà agli animali, un pukua, maiale, sarà sacrificato per il grande banchetto del primo dell’anno e una montagna di filetti di tonno per il pesce crudo alla polinesiana, condito con il latte di cocco e le verdure coltivate nei fa’apu, orti, locali. Quest’anno le mie feste natalizie e di anno nuovo hanno un sapore speciale!

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La pressa

IMG_2195.JPGÈ il momento di aprire il forno, l’orario previsto è cambiato in continuazione: venerdì mattina, no, giovedì alle dieci, meglio alle 11, forse a mezzogiorno… Un comunicato passa per radio, la simpatica radio locale che diffonde le musiche dell’isola: l’ahima, il forno polinesiano, sarà aperto alle 13.30. Dalla finestra della mia stanza spio il terreno dove è stato scavato, nessuno. Verso le 14 finalmente scorgo qualche movimento e mi precipito, per non perdere nulla, nemmeno un particolare di questa lunga, antica preparazione.
Prima la terra, con attenzione, viene spostata con delle pale, il fumo bianco ritrova la strada è ci avvolge con un sottile aroma di cucinato; anche se è da poco che abbiamo mangiato, lo stomaco sussulta al delizioso richiamo! Un tubero scoperto viene assaggiato per controllare la cottura, i pezzi passano di mano in mano, è ottimo, rispetto a quando lo avevo assaggiato da crudo e non sapeva di nulla, adesso ha un sapore dolce e zuccherino, gradevolissimo! Si continua con l’apertura del forno, i pezzi in assaggio passano di mano in mano, gli uomini rastrellano la massa di foglie a protezione del cibo con attenzione, per non fare cadere la terra su ciò che verrà mangiato. I tuberi sono filamentosi, ma niente paura, la preparazione non termina qui: una grossa pressa di legno è pronta ad entrare in funzione per estrarre il dolce succo dalle radici fumanti. Su un lungo tavolo vengono pulite, liberate della terra, inserite nelle fauci della pressa con sapienza. Vengono passate due volte, la prima spremitura avviene nel punto più lontano dal fulcro, dov’è la forza è minore, i pezzi già spremuti vengono ripassati, ma più vicini, per avere da loro tutto quello che possono dare. Scanalature quadrate favoriscono lo scorrere del liquido che scivola dolcemente nella fessura, modellata in una forma che fa ricordare il sesso femminile, per riempire la grossa pentola, pronta a riceverlo in abbondanza. Sono simpatiche le persone dell’isola di Rapa, amano ridere e scherzare, spesso con allusioni sessuali, e dal sesso è stato ispirato lo scultore della pressa!
La preparazione non è finita!
Il succo viene cotto per altre lunghe ore su un vivo fuoco di legno, mescolandolo continuamente con una pianta di a’uti, con tanto di foglie, la stessa della quale sono state cotte le radici, chiamate semplicemente ti. Dopo questa lunga preparazione, una marmellata dolce è pronta, ottima per essere spalmata sui firifiri o mangiata con la popo’i.
L’isola di Rapa si distingue non solo per la sua diversa bellezza e per il perdurare delle tradizioni, ma anche per la bontà del suo cibo. Le donne sono abili cuoche, mettono in tavola 500 persone come se niente fosse, servendo prelibati ed elaborati manicaretti! Non si esibiscono solo in ricette locali, sono stata spesso in Marocco, ma giuro, il miglior cuscus che io abbia mai mangiato è quello cucinato qui, in quest’isola.

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