Tapati

Tapati

Il Tapati nasce negli anni 60 per esprimere il malcontento della popolazione dell’isola di Pascua, forzatamente sottomessa al governo cileno, prende spunto da una usanza antichissima: quando il Viceré di Spagna faceva il giro delle varie tribù dei possedimenti in Sud America, si organizzava una grande festa in suo onore. Arrivava nell’isola nel mese di anachena, luglio, per assistere all’attività culturale preparata nel corso dell’anno. Ai nostri giorni ha luogo nella locale primavera, ad inizio febbraio.

Nel 1974 prese il nome di Tapati, che significa settimana. Inizialmente della durata di 3 giorni, poi una settimana, adesso, dopo 20 anni consiste in ben 2 settimane ricche di manifestazioni.

Il Tapati fa parte del programma A.M.O.R., ed è il miglior modo per conservare e tramandare la cultura immateriale.

A novembre si celebra la giornata della lingua, in particolare per i giovani. Il Tapati è il culmine di questo ed altri avvenimenti che si sussuegono nel corso dell’anno. Rappresenta un momento di avvicinamento: ci si abbraccia, ci si perdona, ogni rancore viene sepolto.

Fino ad oggi la prima prova del Tapati era l’Akavenga: viene allestita una pista con ostacoli di ossidiana intorno al cratere di Rano Raraku, la cava dei moai; i partecipanti devono percorrerla con le spalle cariche di banane, attraversare a il lago interno al cratere sul galleggiante di totora, ritornare remando sempre sullo stesso. Questa competizione ha avuto luogo quest’anno per l’ultima volta, è stato deciso di sospenderla per non rovinare il delicato ambiente del cratere.

Nei giorni si susseguono gare le più disparate, che corrispondono alle prove che si sostenevano per il passaggio dall’adolescenza all’essere uomo.

He’a’ati hoi: corsa di cavalli, naturalmente senza sella.

Haka ngaru: surf su galleggiante di totora.

Haka honu: surf con il solo corpo sopra le onde.

He akavenga: corsa con banane verdi sulle spalle.

Tautari: schivare bastoni di canna da zucchero.

Tautanga: schivare lance con punte affilate di ossidiana.

Haka pei: discesa sui tronchi di banano. La collina sulla quale si scivola è alta 350 m circa ed ha una inclinazione di 45 gradi. Dieci partecipanti hanno preso parte alla prova quest’anno, vincitore l’ultimo in gara, che si è esibito in una discesa magistrale.

La regata He’a’ati hoe vaka vede in competizione barche a remi, non le canoe tradizionali polinesiane, per sicura influenza continentale.

He’a’ati tunu kai, gara culinaria, ma i forni sono interrati, secondo la vera tradizione polinesiana!

He’a’ati kau, gara di nuoto in mare aperto.

He kau ki te huri giavellotti dalla tagliente punta di ossidiana devono essere lanciati e restare infissi in un tronco di banano da una distanza prestabilita. Il vincitore è riuscito a mettere a segno tre colpi su tre, realizzando il punteggio massimo.

Ogni sera, fino a tarda notte è possibile assistere agli spettacoli di canto e danza dove i due gruppi principali dell’isola si sfidano, come all’epoca, le due tribù principali dell’isola si combattevano con crudeltà. Fortunatamente cannibalismo e torture fanno parte di un passato dimenticato.

 

He koro haka opo: le due corali si sfidano una canzone dopo l’altra, guai ripetersi, si viene squalificati!

He’a’ati kai kai o te nu’u’a’ati: simile ai pata’uta’u polinesiani, vengono raccontate storie e leggende con un canto ritmato, dopo aver realizzato con una cordicella l’immagine che illustra la recita.

He haka tike’a i te ‘ori e te himene: balli e canti ancestrali, i partecipanti, seminudi ma con i corpi colorati ed abilmente dipinti con le terre dell’isola, danzano e cantano come si faceva anticamente sull’isola. I testi sono stati recuperati grazie alla pubblicazione di uno studioso tedesco, che li ha accuratamente raccolti. Inutile dire che i movimenti delle danze ricordano quelle dell’isola di Rapa alle Australi in Polinesia francese.

Lo stile di danza di Rapa Nui è stato chiaramente influenzato dai ritmi sudamericani, interessante vedere come esista una forma di tango, in questo caso riveduta e corretta secondo il gusto dell’isola: la si balla scalzi, saltellando, compiendo movimenti impensabili in un tango argentino.

He’a’ati A’amu tuai: vengono messe in scena due opere teatrali legate alla tradizione. Gli attori, con i corpi dipinti, entrano nel passato, facendoci rivivere avvenimenti legati alla storia dell’isola. Il gruppo vincitore ha inscenato la morte dell’ariki con la sottrazione della sua testa, parte del corpo considerata sacra tanto che gli uomini non si possono tagliare i capelli, ed intoccabile perché carica di mana, energia. Testa poi casualmente ritrovata.

Esperienza indimenticabile il partecipare alla Farandula, he tataku i te tangata o te nari nari, la processione con tanto di carri che non ha nulla da invidiare al carnevale di Rio. Chiunque lo voglia, può farsi dipingere il corpo con le terre colorate dell’isola, sfilare cantando e ballando. Esperienza entusiasmante! Ci si sente parte integrante della competizione, oltre a portare qualche punto al gruppo prescelto.

Colorare il corpo con le terre fa parte dell’antica tradizione chiamata takoma. Il colore rosso ki’ea è il prediletto dagli abitanti dell’isola, il nero si ottiene dalle piante carbonizzate, il bianco può essere usato come sfondo o per realizzare disegni sul fondo rosso.

L’alcalde, il sindaco, don Pedro Pablo Edmunds Paoa ama profondamente la sua isola. È possibile pranzare con lui e sentirlo esplodere in un fischio che farebbe invidia ad un pastore sardo, per fermate turisti troppo espansivi che cercavano di salire sul moai. Al suo sesto mandato, ha voluto dedicare il Tapati di questo anno ai patriarchi ed alle matriarche della comunità, ai saggi del Mau Hatu o Te Kainga.

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Categorie: Rapa Nui | Lascia un commento

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