Da Santiago a Mendoza

La sveglia alle 7.30 mi ha colpita forte come una pugnalata, non sono andata a dormire presto ieri sera, ho voluto spedire l’articolo alla RivistaEtnie su Rapa Nui prima di continuare il mio viaggio, per essere mentalmente libera. Per chi pensi che scrivere non richieda energia, sappia che ce ne vuole ed anche molta. Bisogna “essere sul pezzo”, una sorta di immersione totale. Finito di scrivere bisogna battersi con collegamenti internet inesistenti per spedire foto e video a corredo dell’articolo. Le ore passano senza rendersene conto.Sapevo di non aver tempo da perdere, dovevo essere alle 9 alla stazione dei bus, un’ora prima della partenza del mio, dovevo arrivarci trascinando la mia pesante valigia, che contiene abbigliamento mare monti, per le 4 stagioni… Dalla scarpa da neve alla pinna! L’unico modo che avevo per arrivare in stazione era la metro, con le sue orribili scale, per il bus serve una tessera magnetica, quindi niente, non era per me. Per i taxi ho un’idiosincrasia, li evito come la peste! Ogni volta che sono costretta a prenderne uno succede sempre qualcosa, dall’incidente al rapimento…

Dopo una rapida doccia, mi sono ingozzata ben bene a colazione, ingurgitando il più velocemente possibile i fiocchi d’avena che ritrovavo dopo l’isola di Pasqua, dove la colazione era buona ed abbondante più del pasto principale, anzi, spesso ne conservavo una parte per mangiarla a cena. Pronta, via! Alla conquista del mondo!

I cileni sono gentili, ho dovuto chiedere, ma sempre la persona che avevo puntato ha acchiappato il manico della mia valigia e mi ha aiutata. Un ragazzo, visto che aspettando che passasse qualcuno avevo iniziato a scendere, a preso energicamente il mio trolley e lo ha riportato sul pianerottolo… “No, no, ábaco!” Ridendo ha affrontato le due rampe necessarie per arrivare alla piattaforma della metro. 

Arrivare un’ora prima era esagerato, mezz’ora sarebbe largamente bastata, ho sbagliato a chiedere ieri, ma dall’aeroporto ero arrivata proprio nel terminal ed un sopralluogo ci stava. Mi sono divertita a guardare la gente mentre aspettavo. 

Di bus ce ne erano in grande quantità e per tutte le destinazioni. I più affollati quelli per Los Angeles, che è ben lontana da Santiago del Cile, si attraversa la parte nord del paese, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, tutto il centro America, il Messico e si ha ancora un bel pezzo di strada davanti una volta negli States… Chissà, forse è più facile attraversare la frontiera, forse è meno costoso, chissà, mi documenterò.

Il bus arriva, è di un’altra compagnia rispetto a quella che avevo prenotato, sicuramente migliore perché a due piani e di prima classe , con grandi sedili in pelle reclinabili: semicama si chiamano, quasi un letto. Sono al piano superiore, salgo ed osservo. Gente, tanta gente. Pare che gli argentini vengano in Cile a fare acquisti, sono tutti carichi, con pacchi, borse e valigioni. La mia attenzione viene attirata da un corpulento donnone biondo tutto ti cotonato e truccato, stile Platinette. Non riesco a capire se sia un uomo le una donna, svetta con la sua capigliatura che farebbe invidia a Moira Orfei, parla con qualcuno, non so se il marito o la figlia, non riesco a vedere. Resterò per sempre con questo mistero. Il bus parte. Quasi in orario. Non trova l’imbottigliamento per uscire dalla stazione come gli altri partiti alle 9, orario più richiesto. Attraversiamo la periferia fatta di improbabili casette di legno ricomposto, tutte con orto e giardinetto, non è semplice vivere in Cile, a parte le cinque o sei famiglie che dominano il paese la gente è povera, si mantiene a stenti.

 Appena fuori città iniziano le vigne, è buono e reputato il vino in Cile, ma deve essere una gran fatica ottenere la striscia verde delle foglie di vite in queste montagne aride… Iniziamo a salire dolcemente sulle colline rocciose, cariche di cactus. Un fiume accompagna la strada con la sua acqua fangosa, quando posso scorgerne un’ansa è piena di piante verdissime. 

Noto una spaccatura nella montagna, sarà stato il terremoto a renderla così? 

 Saliamo, scendiamo, il fiume, punteggiato di centrali idroelettriche, ci accompagna. 

Mai visto tanti salici piangenti. Il terreno diventa sempre più brullo e carico di cactus. Passiamo il confine cileno nel quale si snoda una fila lunghissima di camion e bus, chissà dalla mia parte… La lista dei passeggeri viene consegnata ai carabiñeros, vedo passare un camion rosso con una grande scritta bianca: Italia, ma non riesco a fotografarlo. Continua la strada fra le montagne brulle, si scorgono le cime innevate in lontananza. Un cartello dai colori della bandiera ci accoglie: “Benvenidos en Argentina.” 

Inizia l’attesa. La fila è lunga, aspettando dormicchio nella comoda poltrona. Finalmente tocca a noi, prima il timbro sul passaporto, poi vengono perquisite le borse, le valige le passano ai raggi X. Qualche argentino ha esagerato con gli acquisti e viene multato. Si risale ed il viaggio ricomincia. Le alte montagne che prima sono sfilate maestose al nostro fianco adesso ci avvolgono, accarezzandoci con le loro rocce. Neve poca, ne intravedo solo un po’, il clima è cambiato, come da noi sulle Alpi, è caldo anche a quasi 3.000 metri. La regione desertica si avvicina, siamo quasi a Mendoza, le distese di vigne cominciano a spuntare, con il loro verde imbarazzante sul suolo sabbioso. Non è male il Baudron malbec che berrò a cena, forte e pastoso come piace a me, astemia, sì, ma dai gusti raffinati! 

L’Argentina sembra più divertente del Cile, paese che trovo triste, la gente è allegra, ti rivolge la parola facilmente, chiacchiera, pone domande…

Domani familiarizzerò ancora con questa città, poi via, un bus notturno fino a Buenos Aires!

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