Makiki

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Il Makiki, freddo vento da sud, è calato. La pace è immensa nella baia di Ahurei, la superficie dell’acqua rispecchia tranquilla i rilievi circostanti. Come in un paesaggio fiabesco, qualche nuvola è rimasta impigliata fra le montagne, una spessa coltre bianca vela il cielo, filtrando il sole, regalandoci un’atmosfera magica e surreale. Natale e Santo Stefano sono passati, li ho trascorsi con la piccola comunità cristiana, nella cappella Notre Dame de la Fois, stata accolta con grande affetto.
La religione principale dell’isola è quella protestante, sono i primi ad essere arrivati come missionari, ed hanno tenuto ben stretto il territorio, ma esistono, oltre alla cappella cristiana, una famiglia Avventista e qualche Mormone. Passando davanti al simpatico campanile, con tanto di campana in bronzo arrivata da Fatima, ho sentito cantare e mi sono unita. Il miracolo si è compiuto: mi sono esibita in pubblico cantando in francese, Reo Ma’ohi e finanche Reo Rapa! Senza emettere stonature, almeno così ha dichiarato la brava maestra che dirige il coro.
Mi sono immediatamente integrata, ho stretto nuove amicizie con simpatiche persone dell’isola, partendo da quel denominatore comune che è la religione.
Dopo la Messa del 25, alcuni di noi sono scesi fino al tempio per godere dei canti della fine della loro celebrazione e partecipare al gran tama’ara’a, banchetto, preparato chiunque si trovi sull’isola: tutti sono invitati! Chiunque ci si trovi, abitanti, turisti, amici, visitatori… Anche chi, arrivato in barca a vela, resti appena qualche giorno è il benvenuto. Sulle lunghe tavole cibo a volontà, tutte le migliori ricette dell’isola sono presenti, dal pesce crudo in acqua di mare al ma’a tinto, il piatto cinese a base di pasta e fagioli. Le donne della parrocchia hanno lavorato duro una settimana per mettere in tavola questo ben di Dio, che basterebbe a sfamare il doppio delle persone presenti in sala. Ogni particolare è curato: la tovaglia a grandi fiori colorati, realizzata con un rotolo di tessuto per pareo, i piatti, i bicchieri… Nell’ angolo della sala si sono raggruppati i musicisti, inutile dire che qui, come nelle altre isole, ogni persona presenta un incredibile talento musicale. Un ragazzino suona energicamente la grancassa a colpi di ciabatta, senza che il suono ne abbia minimamente a risentire. Tutti cantano, i brani si susseguono festoso uno dopo l’altro, la più parte sono di compositori dell’isola, in lingua locale. A Rapa si parla una lingua propria, anche se spesso mescolata con il Reo Ma’ohi, esattamente come a Tahiti la lingua locale viene inframezzata con il francese; il triste risultato è di imbastardire entrambe. La sonorità della lingua di Rapa è diversa da quella di Tahiti, sono presenti molte k e parecchie ng… Potrebbe aver conservato il suono che altrove è caduto, sostituito dal colpo di glottide, quello che si indica con la virgoletta rovesciata dell’apostrofo.
Un particolare simpatico: pare che il buon Pierrot, figura di spicco della cultura di quest’isola, nelle sue composizioni abbia ricercato termini arcaici, per riportare la lingua alla sua originalità, inventando forse parole che da pochi anni si sono diffuse, come il saluto “aronga” o la parola “tongia” grazie. Un incredibile personaggio che reinventa la lingua per affermare la propria cultura.

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