Rapa il viaggio e l’arrivo

9/12/16Il lungo viaggio è incominciato, sveglia all’alba per salire sull’aereo, saluto a destra e sinistra nell’aeroporto gremito di gente, è inevitabile, per una come me che salta di isola in isola, incontrare chi vada e venga in questo giorno di inizio delle vacanze natalizie. 

Prima tappa nella bella isola di Ra’ivavae, atterriamo per un rapido scalo sotto il cielo accigliato; dopo un rapido scambio di passeggeri spicchiamo di nuovo il volo per Tubuai, l’isola amministrativa dell’arcipelago delle Australi, quella dalla lunga spiaggia dorata. Non è la più vicina alla remota isola di Rapa, ma è qui che i ragazzi hanno il collegio, è da qui che rientrano a casa per trascorrere il Natale con la famiglia. Il tragitto in cargo sarà più lungo rispetto all’isola di Ra’ivavae, come, del resto, lo è stato il tragitto aereo. La remota isola di Rapa va meritata, oltre alla difficoltà di arrivarci, non bisogna sottovalutare quella di trovare il posto in aereo o sul cargo… Il capitano Jean Paul mi ha chiamata ieri: “Hanno venduto la cabina che pensavo di darti!” Cominciamo bene… “Dormirai nella mia.” Aiuto, cosa vuol dire questo? “Io dormirò nel salone.” Allora sì, così va bene. Mi offro di dormire io nel saloncino antistante la cabina del capitano, ma lui rifiuta, ha bisogno di andare e venire per sorvegliare la navigazione, meglio fare come dice lui. 

Arriviamo à Tubuai in mattinata, un bus del comune ci aspetta per fare il giro dell’isola, sono con un simpatico gruppo di gente originaria di Rapa trasferitasi da più di 50 anni in Nuova Caledonia, a Vho e Pondimie, mi aggrego, approfitto dell’organizzazione del loro viaggio. La giornata è splendida, per salpare dobbiamo aspettare l’ultimo aereo che porterà gli ultimi passeggeri, fra i quali scorgo l’antropologo Ghasarian, autore dei due libroni sull’isola di Rapa che ho letto, buoni testi per poter arrivare con un minimo di conoscenza sulle dinamiche locali. Ci fermiamo davanti all’edificio comunale per la foto di rito ed i caledoniani porgono un dono secondo la loro “cotume “, del tessuto, una maglietta ed una banconota. Arrivati al cargo ci sistemiamo nelle varie cabine, la mia è veramente reale, ampia, nuova, con bagno e doccia ed acqua calda. Chiacchiero amabilmente col capitano, è sempre interessante apprendere storie di vita di mare. Esco a camminare, una bella lunga passeggiata di almeno tre ore per contrastare la forzata immobilità che dovrò sopportare nei prossimi giorni. Un lungo giro nell’isola, anche se non riuscirò a trovare la bella strada per i campi che avevo percorso due anni fa col gruppo… Sì, ero stata in giro per le Australi con un gruppo di Avventure nel Mondo, un viaggio a dir poco epico, dove avevamo campeggiato nei posti migliori delle isole, toccando tre arcipelaghi: Australi, Società, Tuamotu. Tutti si ricordano di me alla testa di questo manipolo di viaggiatori, e nel cuore degli italiani la sentita ospitalità polinesiana è rimasta indelebilmente incisa. In questo viaggio è nato il libro “Heiva a Raivavae”.

Ecco, gli attesi ultimi passeggeri. Finalmente il cargo si infila nel canale per uscire in aperto oceano. Il sole è tramontato lasciando una traccia rossa che colora le nubi lontano nel cielo. È un momento delicato, basta un attimo di disattenzione per finire sulle rocce coralline. Il capitano Jean Paul non ama percorrerlo di notte, al buio. Come l’aereo del pomeriggio è atterrato e gli ultimi passeggeri sono arrivati ha immediatamente acceso i motori, dopo qualche colpo di sirena, ed è partito procedendo con la massima cautela. Ecco, si intravedono le onde che si infrangono sulla barriera. Il cargo si gira verso levante, puntiamo verso l’oscurità. La lunga navigazione ha inizio. Per tre lunghi giorni e due notti non vedremo altro che mare intorno a noi, prima di approdare nella remota isola di Rapa.

10/12/16

Mare, mare ed ancora mare. Il cielo è bianco, velato di nuvole. Il colore dell’acqua di un plumbeo, leggermente agitato. Sono a fianco alla posizione di comando, in alto. La mia cabina oscilla più delle altre, ma va bene, sono in viaggio, domani mattina arriverò a Rapa!

Il cuoco è Remi, un gentile mahu, uomo effeminato. Apre e chiude i pentoloni della sua cucina ottimamente attrezzata aperta alla vista di tutti preparando buoni manicaretti. Per primi mangiano i membri dell’equipaggio, i ragazzi del collegio poi, con le loro accompagnatrici che preparano la dose di cibo per ognuno, infine i passeggeri, noi. Cerco di mangiare regolarmente per non lasciare vuoto il mio stomaco ma non più di tanto. Dopo poche ore dal pasto la fame si fa sentire, per fortuna ho con me un pezzo di vecchia baguette, da sbocconcellare quando devo stabilizzare il mio stomaco. Il viaggio sta andando bene, il mare è appena mosso, il cargo ondeggia ma non come temevo, anche se, mano mano che ci avviciniamo all’agognata isola, peggiora, il clima si fa più fresco e le nubi più fitte. 

11/12/16
Ecco, l’isola di Rapa si presenta maestosa con i suoi rilievi. Dopo la preghiera della domenica, improvvisamente è apparsa in tutta la sua grandezza. Fino ad un attimo fa era celata dalla coltre di nubi bianche e compatte. Come un attore consumato che esce in scena, apparendo tutto ad un tratto dalle quinte come se fosse sempre stato lì, così l’isola mi ha sorpresa con i suoi colori sfumati dalla bruma.

Ad un primo sguardo, sembra non esista traccia di vita, solo ripide pendici rocciose e verdi declivi, poi si scorge un tetto rosso: è la chiesa, la chiesa della baia. I marinai preparano la nave per lo sbarco: passerella, gomene, nella plancia di comando si fa estrema attenzione a percorrere il canale con estrema lentezza, guai restare incagliati nella roccia! Nessuno parla, non si sente volare una mosca! 

Il porto è gremito, le danze di benvenuto ci attendono. Si ode l’eco dei tamburi. 

Eccomi, Rapa, sono giunta fino da te. E grazie di avermi accolta con lo specchio d’acqua della tua baia calmo. Ottimo presagio!

La baia è chiusa e riparata tanto da sembrare un lago interno. Dolci colline la circondano ornandola con il loro colore verde. Noto fra le varie piante oleandri carichi di fiori. Nel giardino della casa dove sono ospite due piante di pesco con qualche frutto appeso. Grosse aragoste sono state pescate per me, sono deliziose!

Il cargo è partito. Dopo aver scaricato e caricato, fatto scendere e salire le persone con un colpo secco di sirena lascia la baia di Ahurai. Ritornerà il 7 gennaio, fra 23 giorni. Altri modi di lasciare l’isola non esistono. L’elicottero forse, ma bisogna essere in fin di vita perché venga inviato fino quaggiù. Sarà un’esperienza unica restare sull’isola, sono avvantaggiata dal fatto che conosco un po’ usi e costumi della Polinesia. Sì, anche l’isola di Rapa è Polinesia francese, con tutte le sue diversità. Qui sono in Europa o quasi.

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Categorie: Polinesia Francese | Tag: , , | Lascia un commento

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