Storia di Natale

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Pochi sanno che nel 1866 il re Kamehameha IV prese la difficile decisione di confinare chiunque fosse affetto dal Morbo di Hansen, ovvero la lebbra, nella remota Penisola di Kalawao, sull’isola di Molokai. Il capitano della goletta che doveva portare a destinazione il gruppo di malati non era per nulla contento di questo incarico e cerco’ di sbarazzarsene il più velocemente possibile, gettandoli in acqua in prossimità della costa; solo i più forti riuscirono ad arrivare a riva a nuoto, gli altri finirono bruscamente le proprie sofferenze scaraventati sugli scogli dalle impetuose onde del mare. Per i sopravvissuti la vita non era affatto semplice in quell’angolo di mondo dominato da violenza e sopraffazione, dove si viveva senza alcuna regola o legge, oltre al dover sopportare quell’orribile malattia incurabile che deformava i volti e gli arti dei poveri malati, insinuando orribili pensieri nelle loro menti disperate.
“Erano stranieri gli uni agli altri, uniti dalla stessa calamita’, sfigurati, incurabili, banditi senza aver commesso alcun peccato dalla loro casa e dai loro affetti.” scrive Stevenson, che visitò la colonia, definendo Kalaupapa, questa località di apparente grande bellezza, ‘una tomba vivente’, definizione che rende l’idea di come potessero sentirsi i suoi abitanti, prigionieri di quel luogo, impossibilitati ad uscirne vivi perché condannati dalle orribili deformità per le quali il resto del mondo provava orrore e non pietà, ribrezzo e non solidarietà.
In questo quadro il 10 maggio 1873 arriva padre Damien, sacerdote di 33 anni che vi resterà fino al 15 aprile 1889, quando morirà per essersi contagiato dopo 5 lunghi anni di malattia. Unico lusso che si concederà nella sua vita: fumare la pipa, anche per non sentire l’odore di carne in putrefazione che aleggiava ovunque e che lo faceva svenire. Degli 800 malati presenti nella colonia la mortalità era altissima: 183 decessi nei primi 8 mesi; tanti ne morivano ed altrettanti nuovi contagiati ne arrivavano, obbligati all’isolamento forzato dal governo.
L’ultima regina hawaiana, Sua Altezza Lili’uokalani, in visita nel lebbrosario, non ebbe la forza di terminare il suo discorso ufficiale, sconvolta dalla realtà che la circondava; anche il Mahatma Gandhi citò l’eroismo del Padre belga nei suoi scritti.
Una sera, mettendo i piedi stanchi a bagno in una bacinella di acqua calda non sentendone il calore, padre Damien capi’ di essersi contagiato. Approfitto’ del contagio per sperimentare nuovi farmaci su di se, per poter aiutare la ricerca scientifica.
La sua ultima notte la passo’ riposando all’ombra di un ficus, l’albero tanto caro alla mitologia polinesiana, perché si era sempre rifiutato di avere qualcosa, tanto meno una casa che potesse accoglierlo.
Era stato raggiunto nel 1878 da Madre Marianna di Molokai che Stevenson descrive: “bellezza sgorgante dal seno della pena.” La figura di questa sorella mi fa pensare alle mie allegre amiche dell’ordine delle Smsm, silenziose operaie al servizio di chiunque ne abbia bisogno, la loro vita dedicata a lenire le sofferenze altrui. Insieme a pochi altri ‘Kokuas’, aiutanti, reclutati fra i malati stessi, i due religiosi compierono il miracolo di ridare dignità umana a quel luogo ed a quelle persone reiette e scacciate dal mondo.
Nonostante la sua crudezza questa e’ una storia a lieto fine: la lebbra diventerà curabile nel 1940: dopo una settimana di trattamento i malati non sono più contagiosi ed il loro isolamento non è più necessario.
Nel 1969 la politica dell’isolamento viene definitivamente abbandonata.

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