Colleghi

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Ho visto il suo tatuaggio e gli ho sorriso: era il caratteristico tatuaggio dietro l’orecchio delle Isole Marchesi, quello che prima o poi mi farò fare anche io, devo solo studiare il disegno, ma più piccolo e senza la parte che risale, semplice, simile ad un’ombra di orecchino incisa nel mio collo.
Non ha subito risposto al sorriso, avevo il fiore di ibisco rosso sopra l’orecchio destro, come sempre sto portando qui alle Fiji, se fosse stato polinesiano, se fosse venuto dalle mie amate isole o se ci fosse stato anche solo di passaggio avrebbe sicuramente riconosciuto il segno, qui alle Fiji le donne locali non si adornano molto con i fiori, a volte vedendomi si ricordano di questa tradizione che dovrebbe essere anche loro. Non ha risposto immediatamente, era seduto ad un tavolo con altre persone, chissà da dove veniva, era bianco ma non di quel bianco abbagliante di certi nord europei, aveva la barba, o meglio un pizzetto curato, alto, la figura imponente. Dopo un qualche minuto, mentre non riuscivo a concentrarmi su ciò che stavo scrivendo, tenevo d’occhio il suo tavolo discretamente, chissà se la rossa seduta al suo fianco fosse la moglie o la compagna, guardavo cercando di non farmi notare con uno sguardo obliquo, dopo qualche minuto, senza fretta, sorprendendomi, si è alzato con la bottiglia di birra in mano per sedersi sulla panca vicino a me: “Come e’ possibile che tutti abbiano in mano qualcosa da bere eccetto tu?” Mi ha chiesto con un simpatico sorriso, “Perché ho tutto ciò che mi serve.” La mia risposta, e gli ho mostrato la mia inseparabile bottiglia d’acqua da un litro; americano, non lo avrei mai immaginato, mi ha fatto intravedere altri suoi due tatuaggi realizzati a Samoa mentre quello che avevo notato, si, quello era polinesiano, ma di Moorea, anche se di stile marchesiano. “Bill, mi chiamo Bill.” La sua presentazione, “Come Buffalo Bill?” La mia scherzosa risposta, “Come Guglielmo il Conquistatore, come Guglielmo Shakespeare…” Ha simpaticamente replicato muovendo le mani per sottolineare le sue parole; un americano che gesticola? Abbiamo scambiato qualche frase, capivo bene il ciò che mi diceva, aveva un buon modo di esprimersi, chiaro e comprensibile, per una volta alla mia portata; mi ha raccontato di essere un navigatore solitario, della sua barca, del suo modo di vivere seguendo il vento. Ha in progetto di girare tutta l’Europa, dove non e’ mai stato, non in barca naturalmente, ma in moto; “Sei come me, mai un mezzo comodo per viaggiare!” Mi è venuto da dire spontaneamente, “Quando lo farò ti troverò anche in capo al mondo per farmi accompagnare!”
Quando mi ha lasciato il suo biglietto da visita la mia sorpresa è stata grande nel vedere che anche lui scriveva dei suoi viaggi e, come per me, le sue avventure erano seguite da una moltitudine di persone. Bill Shaw, ecco il suo sito, o meglio, il sito della sua barca:
http://www.sv-galena.com/
quando l’ho guardato gli ho subito invidiato il contatore con le bandiere, i visitatori divisi per nazionalità, che sciccheria, più di 10.000 americani, certo scrivendo in italiano non ne avrò altrettanti, ma è la sola lingua che sento di dominare e non somiglio a Tiziano Terzani, giornalista per il Der Spiegel, partito da giovane come corrispondente in Asia dopo aver preso lezioni di tedesco, lingua che non conosceva prima di quella avventura. Racconto del mio programma, spiego che il giorno seguente partirò per Taveuni, mi dice fiducioso che non ci resterò troppi giorni: “Non c’è niente da fare li…” Con l’augurio di ritornare al più presto mi ha lasciata per andare a casa. A casa? Ma non viveva in barca? Anyway… Gli ho inviato il link al mio blog, gentilezze fra ‘colleghi’, una mail essenziale, senza nemmeno un saluto ed ho ricevuto una garbata risposta, forse mi avrebbe chiamata per cercarmi. Da quando mi ero allontanata da Savusavu ogni tanto lo pensavo. Appena rientrata ho provato a cercarlo, come si può cercare una persona in un villaggetto come quello dove eravamo, prima o poi ci si vede da qualche parte.
Si, ma non lo trovavo, non lo incontravo. Ho chiesto per mail di chiamarmi e la mattina seguente lo ha fatto, ho deciso di fermarmi qualche altro giorno da passare con lui; abbiamo parlato, ci siamo emozionati, abbiamo scambiato notizie e storie della nostra vita come raramente succede. Oggi, domenica, siamo partiti insieme, lui in aereo per la grande America la Patria di cui va tanto fiero, io in nave per continuare il mio itinerario. L’ho accompagnato all’aeroporto e con un sorriso mi sono tolta il rosso ibisco dall’orecchio e gliel’ho messo nelle mani: “Grazie.” Ha risposto, guardandomi dritta negli occhi con i suoi, chiari come due frammenti di cielo, come se avesse ricevuto il più grande regalo di questo mondo; la stretta delle nostre mani è stata forte e carica di significato.
Probabilmente ci rivedremo.
Presto si potrà vedere la sua influenza sul mio blog con le idee che mi permetterà di copiare. Per chi capisce l’inglese, anzi l’americano (google translator) non esitate, seguitelo, ne vale la pena!

Romeo and Juliet

Parting is such sorrow
that we should say ‘adieu’
until it be the ‘morrow.

Lasciarsi e’ così doloroso
Che ci vorremmo dire addio
Fino a che sarà mattino.

William Sakespeare

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Categorie: Fiji | Lascia un commento

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