Andrea

Una storia, una bella storia…
Una ragazza polinesiana nata a Noumea, non riconosciuta dal padre… Ce ne sono tante qui in giro, anche Maite la titolare della Pension chez Fifi e’ figlia di un cuoco italiano che “Mi vuole tanto bene” dice l’ingenua polinesiana, che non e’ mai riuscita ad incontrare il padre. In un mercato dell’isola di Taha una ragazza grassa mi ha apostrofata chiedendo: “Sei italiana? Conosci Dario Bianchi?” Nome di repertorio che preferisco all’anonimo Mario Rossi. “È mio padre, ma non l’ho mai visto.” Come se l’Italia avesse la stessa dimensione piccola e familiare degli arcipelaghi polinesiani… Le ho acquistato qualche baccello di vaniglia per consolarla. Questa e’ la storia, la bella storia di un altra ragazza senza padre, un’altra figlia di qualche notte d’amore; il padre e la madre avevano passato insieme tre giorni, tre soli giorni, ma la sua animuccia che li controllava spiandoli dall’alto di una nuvola, sapeva che era arrivato il momento della sua nascita ed era stata più forte di ogni attenzione contraccettiva e zac! Si era rapidamente infilata nel ventre di quella ragazza che sarebbe diventata la sua futura mamma. Si erano conosciuti in una serata musicale, lui non le aveva mai levato gli occhi di dosso mentre accarezzava i tasti della fisarmonica… Le sue mani percorrevano i tasti in tante rapide carezze e già le sentiva esplorare e fare vibrare la calda pelle umida di lei. La ragazza, abituata alle sue isole, era stordita da quella grande città, da quell’abbondanza di gente, di edifici, di tutto e si era lasciata andare fra le braccia di quell’uomo dal l’accento così buffo, alto, forte, affascinante così diverso dai tane i ragazzi ai quali era abituata e con degli occhi così azzurri, di quell’azzurro trasparente come solo la laguna di Bora Bora riesce ad essere, ed al tempo stess carichi di espressività. Da quell’incontro la sua vita era stata profondamente cambiata, non si sarebbero mai più rivisti, ma qualcosa in lei si era modificato, si sentiva diversa, non solo perché fosse diventata una donna, grazie a lui, una donna che aveva conosciuto l’amore, quell’amore che e’ così profondo da sconvolgerti le viscere. Aveva attacchi di euforia, a volte era allegra, si sorprendeva a ridere da sola, guardando una parete, a volte si sentiva grave, aveva quel senso di gravità profonda di chi sa quanto sia importante la vita, il dare la vita. Cinque mesi dopo quel l’incontro andò da suo padre e guardandosi fissa le dita dei piedi gli confessò di essere incinta. Lui non reagì, restò in silenzio, un silenzio pesante. La guardava pensando al suo futuro, al futuro della sua bambina, oramai diventata donna, a cosa sarebbe stato meglio per lei. Respirò profondamente e parlò: “Andrai a partorire a Noumea, abiterai da tua zia;” fece nuovamente una lunga pausa, la ragazza cercava di guardarlo di sottecchi, senza farsi scorgere per capire quanto fosse arrabbiato, “Quando la creaturina avrà 3 mesi rientrerai a Tahiti.”
Così sono cresciuta nella famiglia di mia madre, vivevamo tutti insieme in un bel fare’ (casa) tradizionale, con le sue sorelle e i suoi genitori, ero la più piccola della famiglia, crescevo piccola e gracilina e tutti si divertivano a passare un momento d’allegria giocando con me. Ho vissuto tranquilla in questo mondo di adulti, vezzeggiata e coccolata, circondata dai molti affetti, senza veramente capire che non avevo un padre. Mia madre, ostinata, non ha mai voluto dire a nessuno il suo nome, ha portato con se questo segreto il giorno della sua morte prematura, dopo la sua vita breve e piena di passioni, la ricordo sdraiata sul letto in terrazza nel caldo del pomeriggio, con gli occhi socchiusi e le perle di sudore sulla fronte; ricordo la sua treccia e la bellezza dei folti capelli corvini quando gli scioglieva per pettinarli. Di lei mi è rimasto un odore, il ricordo di un odore che andavo a cercare nei suoi vestiti annusandoli dopo che mi aveva lasciata, l’odore del monohi al fiore di tiare’, quel profumo delicato ma persistente che solo la marca Vahine riesce ad ottenere, e ancora oggi che sono adulta, quando mi capita di sentirlo mi sale dal petto una tenerezza profonda. Quando mia madre e’ mancata, lei che era la più giovane delle sue sorelle, l’ultima ad essere arrivata e la prima ad essersene andata, mio nonno, che credevo fosse mio padre, mi affidò alla sorella primogenita di mia madre, sposata già da qualche anno ma senza essere riuscita ad avere bambini. La mia vita cambiò enormemente, mi ritrovai in una famiglia fatta di tre persone: la madre, cioè mia zia, il padre, che non era più il padre di mia madre ma mio zio, lo zio acquisito, il marito di mia zia ed io. Ero passata da una famiglia numerosa, stretta in una casa sempre piena di gente, dove non esistevano pareti e si dormiva tutti insieme, spesso spostando i materassi gettati a terra, dove c’era sempre una qualche zia pronta a prendermi in braccio o a spazzolarmi i capelli, alla mia cameretta, una bella cameretta tutta per me, con un bel lettino di legno e la fotografia di mia madre che mi sorrideva prima di che mi addormentassi. Mia madre. Sono stata fortunata ad avere quella fotografia, a poterla incidere nella mia mente, guardandola tutte le sere prima di dormire, altrimenti chissà quale volto si sarebbe sovrapposto a quello bello e sorridente che mi guardava incoraggiandomi a non avere paura, io, una bambina fa’amu una bambina cresciuta in una famiglia non sua. Il ricordo più bello di quella nuova famiglia sono le storie che mio padre, il mio nuovo padre mi raccontava, riempiendomi di affetto. Così come un cucciolo stretta intorno agli altri cuccioli prima, come una piccola principessa poi sono cresciuta e diventata una donna. È stato solo nel momento in cui sono diventata madre anche io che qualcosa è scattato nella mia testa, ho iniziato a pensare, ad arrovellarmi a chiedermi chi fosse mai l’uomo al quale dovevo la vita. Non era certo facile scoprirlo, grazie all’ostinata bocca chiusa di mia madre che nessuno, non si era mai confidata con nessuno! Sono andata fino a Noumea con la mia prima figlia neonata in braccio, da quella zia che aveva ospitato mia madre, ma niente, non sapeva niente nemmeno lei. A volte la fortuna ci aiuta a percorrere il nostro destino, il caso volle che la figlia di quella zia, che abitava a Sidney, fosse dalla madre durante la mia visita, non mi disse nulla, ma una volta tornata in Australia andò in quel locale dove aveva visto la cugina ballare appassionata con quel musicista e domando’ di lui. Se fosse stato uno dei tanti clienti non si sarebbero ricordato, ma lui era uno di quelli che tenevano vive le serate, e ancora oggi suonava di tanto in tanto. Così mia cugina chiamo’ e io scrissi un nome su di un foglio accanto al telefono. Il nome di mio padre.
Chiesi a mia cugina di cercarlo, si incontrarono in un piccolo locale sulla baia, senza mezzi termini lei chiese se era lui, se aveva passato la notte con la mia bella madre, 20 anni fa e quell’uomo grande e forte abbasso lo sguardo in senso affermativo. La cugina continuo’: “Devi sapere allora che non è più tra noi, ma qualcuno, qualcuno ti cerca e vorrebbe conoscerti: la bambina che portò in grembo dopo averti incontrato.” La mia storia e’ fatta di silenzi, di silenzi che valgono più delle parole, mio padre alzò la testa e due grosse lacrime scivolavano sulle sue guancia. “Ho moglie e tre figli” disse quando si fu ripreso dall’emozione, “Lasciatemi un po’ di tempo, ho bisogno di tempo.” La cugina chiamo’ e sussurrò una frase nel mio orecchio: “Sicuro è lui, ma non è ancora pronto.” Inutile dire le mie emozioni di quel periodo, ero appena diventata madre della mia prima figlia e mentre allattavo pensa a quell’uomo che per me non aveva ancora un volto, pensavo a mio nonno, al padre che mi aveva cresciuta con amore, mio zio, sempre pronto a consigliarmi e sostenermi, per il mio bene. Un groviglio di sentimenti invadeva il mio cuore. Passò quasi un anno, dopo il primo Natale da mamma felice con la mia bambina che rideva e si divertiva a fare scoppiare le palline colorate che avevamo fatto venire da lontano proprio per lei, rientrando al lavoro ho trovato una busta sulla mia scrivania, diversa da quelle dei soliti clienti, una busta che arrivava da lontano, dall’Australia. L’ho aperta lentamente con le mani tremanti e quando ho letto la firma: tua nonna Lucia ho urlato, ho urlato così forte che tutti sono corsi pensando mi stessi sentendo male… Non riuscivo a parlare, non riuscivo a spiegare, piangevo, singhiozzavo forte, una nonna, non solo un padre, avevo trovato una nonna!
Il padre che mi aveva cresciuta parlo’: “Vai, devi andare.” Ma non andai subito, mi ci volle qualche mese per trovare il coraggio.
Avevo comperato un posto in prima classe per poter viaggiare comoda ed arrivare bella fresca, quando l’aereo ha incominciato la sua discesa i miei occhi sono diventati due fontane, impossibile fermarli, le forti emozioni che avevo nel petto avevano un impellente bisogno di uscire e trovare sfogo.
Prima il mio vicino, poi l’equipaggio, tutti vollero conoscere la mia storia, e ne rimasero colpiti, volevano tutti accompagnarmi a quell’incontro, l’incontro della mia vita. “No, devo andare da sola.” Non avevo permesso nemmeno a mio marito di accompagnarmi, ero partita così, per la prima volta in viaggio senza nessuno, anche se abituata alla grande famiglia polinesiana dove c’è sempre qualcuno, avevo voluto quel momento tutto per me. All’arrivo una sorpresa, anzi due: quella nonna Lucia vestita di nero, forte, solida, che mi aveva abbracciata stringendomi forte, trasmettendo in quel gesto tutto l’affetto che solo una nonna italiana e’ capace di dare, un affetto tangibile, che si fa sentire. L’uomo che era con lei non era mio padre, no, era suo fratello, mio zio, un altro zio, un impegno improvviso aveva impedito a mio padre di venire, ci saremmo incontrati il giorno seguente. In realtà, mio padre aveva si avuto un contrattempo di lavoro, ne aveva approfittato per portare con se il suo figlio primogenito per potergli parlare e raccontare da uomo a uomo ciò che gli era successo. La reazione di mio fratello fu immediata: “Una sorella? Arrivata adesso a Sidney? Nonna e’ andata a prenderla? Telefoniamo subito!” Così la prima voce che sentii fu quella del mio fratellastro maggiore, rotta dall’emozione, che mi diceva: “You’re welcome! Benvenuta sorella mia!” Per mio padre fu doloroso incontrarmi, somiglio molto a mia madre, e quando ci incontrammo mi confessò di non averla mai dimenticata, di sperare ancora di incontrarla casualmente così come l’aveva incontrata allora, vedersela apparire davanti in tutta la sua semplice bellezza, e mai, mai e poi mai aveva capito il motivo della sua sparizione. Oggi è un giorno fortunato, oggi andrò all’aeroporto a prendere mio padre, ormai anziano, che per la prima volta arriverà a Tahiti, nella mia casa, a conoscere la mia famiglia, la sua famiglia.

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Categorie: Polinesia Francese, Storie | Lascia un commento

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