Rotorua

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Rotorua come tutte le località troppo turistiche, quando la si visita da l’impressione di essere un grande portafoglio gonfio ed aver perso ogni aspetto di umano, una trappola per turisti; non ho voluto assistere allo spettacolo di danze, sapevo che mi sarei sentita tradita dalla razza Maori che tanto mi attira con le sue usanze e leggende, troppo commerciale e poco autentico. Ho visitato il museo, il museo quello si, merita sempre, e non ne sono rimasta delusa, una leggenda e’ riaffiorata alla mia mente, una leggenda della quale avevo letto mentre mi preparavo studiando in biblioteca per la visita di questo interessante paese: la leggenda del vicino lago Tarawera, uno dei bei laghi di questa regione: Rotoiti, il piccolo lago, Rotourua , il 2o lago, Rotoma, Rotuheo.
Nel 1886, il 31 maggio, un gruppo di persone arrivate fino in questo remoto angolo di mondo per poter usufruire delle cure termali, mentre durante una gita attraversavano allegramente il lago in barca, scorsero una piroga tradizionale scivolare silenziosamente sulle acque avvolta dalla nebbia con sopra una decina di Maori con i tradizionali mantelli indossati per celebrare un importante lutto; gli abitanti di Te Wairoa restarono atterriti da questo racconto, perché non avevano mai sentito parlare di una simile piroga,o meglio, non era mai esistita! Il tohunga (lo stregone) Tuhuto, discendente diretto del compagno di Kupe, quel compagno che era morto nell’isola del sud durante la sua esplorazione, stimo’ che questo segno preannunciasse che l’intera regione sarebbe stata sommersa e quasi tutti i suoi abitanti la abbandonarono. Il 10 giugno 1886, 10 giorni dopo, al chiarore della luna piena che risplendeva in un cielo immobile e senza nuvole, il lago Tarawera si divideva in due, con una forte esplosione inghiotteva il villaggio di Te Wairoa ed i suoi famosi terrazzamenti in vasche di silice bianca e rosa nelle quali scorrevano le acque termali e dove era tanto piacevole immergersi per bagni caldi e curativi.
Spariva così questo piccolo e gradevole angolo di mondo.
Una specie di Saturnia dove, alle pozze, nella parte libera ho passato tante belle giornate grazie all’amico Ivan che aveva ricevuto in eredità dal padre pittore una casetta in muratura, piccola ma particolare, dove siamo riusciti a dormire fino in 18, nonostante le sue sole 2 stanze. Ivan aveva ricevuto questa eredità all’età di 16 anni, era incredibile che un ragazzo così giovane possedesse già una casa, una casetta tutta sua, ne era fiero e spesso organizzava le gite con tutta la banda di amici della quale saltuariamente facevo parte. Era un luogo magico per noi, con un grande camino all’angolo di due divani in muratura dove si poteva anche dormire, anzi era il posto migliore quando il freddo dell’inverno, pungente, ci entrava nelle ossa. Nessun disagio poteva fermarci! Appena fuori della casetta in pietra un grande prato sempre verdissimo che diventava punteggiato di margherite in primavera, simile ad un grande cielo stellato e con un angolo dove era possibile trovare tantissimi quadrifogli, si, quadrifogli, per sottolineare che quello era un luogo fortunato, non i soliti banali trifogli. In un angolo del terreno un romantico boschetto, il boschetto delle fate, dall’altro lato un folto canneto giusto alla fine del prato ed un cancelletto era il passaggio verso le pozze d’acqua solfurea che colavano interminabilmente calde e fumanti. Durante i mesi invernali si arrivava alle pozze correndo coperti di un solo accappatoio pesante, una volta in acqua uscirne era una impresa coraggiosa, specie la notte; con la malizia della gioventù avevamo scoperto un espediente, riempire di acqua calda gli stivali di plastica prima di uscire e correre il più velocemente possibile in casa, sperando che qualcuno avesse mantenuto acceso il camino… Posso quindi capire gli affezionati bagnanti dell’epoca, immaginare le loro sensazioni quando si immergevano in mezzo al nulla, ed il loro sgomento di fronte alla terrificante forza della natura.
Anche questa volta mi sono fatta tentare, mi sono fermata in un complesso termale leggermente fuori dai percorsi battuti, dove un tempo solo la tribù del posto aveva il permesso di bagnarsi e nelle pozze più calde solo il vecchio saggio che traeva la sua saggezza proprio dagli effluvi di quelle acque e di quei fanghi e che, come chi riesce a camminare sulle pietre roventi, era l’unico in grado di sopportarne l’elevata temperatura.
Sono scivolata nella calda pozza di fango che ho spalmato sul mio viso e sulle mie mani accolta con benevolenza da questa madre terra, la madre terra che all’origine era unita al cielo, il suo amato sposo… Ma questa e’ un altra storia, la racconterò poi.

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Categorie: Nuova Zelanda | Lascia un commento

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