Punta

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26/9
Ho scritto poco in questi ultimi giorni, poco perché la mia testa e’ presa… Si, ho iniziato a correggere, aggiungere, scegliere foto…
E vedremo quale sarà il risultato finale.
Ho fatto la mia prova di guida di barca a motore, con risultato scarsissimo; ho faticato a salire sul piccolo scafo in vetroresina, un inaffondabile Boston Weller, mi sembrava di avere delle gambe lunghe, lunghissime, non passavano da nessuna parte, ostacolate da una parte dal motore dall’altra dalla balaustrina metallica… Gli incidenti subiti hanno ucciso la mia elasticita’. Una volta riuscita a salire con l’agilità di un bradipo, ho cercato di mettere in pratica una dietro l’altra le varie azioni da compiere: attaccare un tubicino per fare arrivare la benzina, e già che hanno portato la tanica serbatoio, avrei dovuto caricarla io sul piccolo scafo, gia’ questa piena di benzina e’ parecchio pesante; scopro poi che il motore, un 40 cavalli, va spostato a mano nelle 3 posizioni possibili: fuori dall’acqua, intermedia e dentro l’acqua; per passare dalla prima alla seconda bisogna sollevarlo leggermente sorreggendosi con un piede puntato, infilare al volo una tavoletta per impedirgli di calare interamente… Immaginavo questa manovra eseguita in piena laguna con la barchetta smossa dalle onde… Mi sono immediatamente ritirata dalla prova fisica troppo superiore alle mie misere forze, non ne ho più voluto sapere nulla.
Un ragazzo non troppo lontano, con una risata mi ha fatto vedere come il suo motore si alzi e si abbassi elettricamente, ma la barca che potrei avere a disposizione ha questo dispositivo rotto ed aggiustare un motorino elettrico qui nelle isole, spesso non e’ possibile.
Mi sono arresa e il motù mi ha subito fatta prigioniera.
Andare a terra o meglio sull’isola, si perché il motù e’ l’isola dell’isola, nel mio caso una lunga striscia di sabbia piena di cocchi e pandanus davanti a punta Matira, l’unica spiaggia di Bora Bora, e’ il più lungo di quelli che coronano l’isola con i suoi 8 chilometri di sabbia bianca, il suo nome e’ Piti Aau, che significa piti = due aau = barriera interna, visto che la striscia di terra fronteggia la laguna lungo i suoi due lati piu’ lunghi; e’ delimitato verso sud dalla punta Fareone verso l’isola principale e dalla punta Tupiti, oltrepassata la quale si passa sul retro, ci si affaccia quasi sull’oceano e la barriera di corallo, l’ultimo cerchio con una sola apertura prima del grande oceano, e le sue onde sono vicinissime! La spiaggia sulla quale ci affacciamo si chiama Taurere, tau puo’ significare sia ‘atterrare, posarsi’ che ‘il tempo’, rere ‘che vola via’.
Non e’ facile compiere il giro a piedi dell’intero motù, spesso a guardia delle case vengono messi cani feroci, dei pitbul, venirseli venire incontro non e’ certo incoraggiante. Una leggenda narra che una volta arrivati sul motù questo ti faccia prigioniero, con il suo fascino selvaggio e non permetta più di allontanarsi, ricorda un po’ Robinson Crousuet. Sono due giorni che sto cercando di andare a terra, nel centro principale Vaitape, al campeggio qui a fianco hanno promesso di portarmi oltre lo specchio d’acqua trasparente fino alla terra verdeggiante ma nulla, una volta manca la barca, un’altra volta cambiano orario, al momento nulla, non riesco ad arrivare sull’isola principale. Oggi avevo appuntamento con un francese, navigatore solitario in barca a vela, contento di accompagnarmi con il suo tender in questa mia passeggiata, ma il forte vento e le troppe onde mi hanno dissuasa; sono pur sempre 40 minuti di tragitto e quando soffia forte si arriva completamente fradici. Mi ha portato l’acqua da bere, non mi fido della cisterna riempita di acqua piovana anche se passa attraverso un piccolo filtro in ceramica, non mi fido, non voglio rischiare infezioni; già ho un leggero dolore ad un occhio e mi e’ stato detto che s’e si mette la testa in acqua troppo vicino alla riva si rischiano infezioni, grazie ai batteri degli scarichi delle imbarcazioni… O sarà l’acqua stagnante delle varie cisterne con la quale ci si lava? Le ho aperte ed al loro interno galleggiava di tutto! Mentre mi lavo starò con gli occhi ben chiusi, che e’ meglio!
Sul motu il tempo scorre, sono arrivata da 10 giorni e non sento il tempo passare, le possibili occupazioni sono nuotare, e come si mette la testa sott’acqua si vede di tutto, passeggiare sulla spiaggia ammirando le incredibili sfumature della laguna più bella del mondo, aspettare l’arrivo delle gite dei turisti, vedere come ogni giorno venga ripetuto nello stesso modo e con le stesse parole l’iniziazione all’apertura della noce di cocco e la vestizione con pareo… Cibo e danze sono immutabili anch’esse, pesce crudo, spada alla griglia, prima le donne, poi gli uomini. Nel pomeriggio si parla un po’ con le vicine ed ecco arrivare il tramonto, pronti in spiaggia a fotografare la repentina discesa del sole; si cena, un po’ di tele ma non troppa ed a nanna, si crolla stanchi nel letto. Il tempo vola via, come un uccello marino nel vento, come il nome della spiaggia: Taurere.
27/9
Ho cercato di sfuggire al motu’, alla sua forza magnetica, ho cercato di contrastarla con una veloce fuga, anche se il cielo era carico di minacciose nuvole nere ed il vento soffiava forte increspando con bianchi spruzzi l’azzurro trasparente della laguna di Bora Bora. Ho cercato di prendere le distanze, di allontanarmi… Per la terza volta, per la terza giornata consecutiva ho cercato di andare a Vaitape, il centro principale dell’isola, i miei progetti erano informarmi sulla disponibilità di posti passeggeri sulla nave, la grande Hawaiki Nui dal colore azzurro, stesso azzurro trasparente della laguna, un cargo che 2 volte a settimana collega Bora Bora con Huahine, Rajatea e Tahiti, trasportando un massimo di 12 passeggeri. All’andata la prima disponibilità per il mio tragitto sarebbe stata dopo 20 giorni, ho scelto di non rimandare oltre l’andata sul motù ed ho preso l’aereo. Magari, prenotando per tempo posso riuscire a rientrare su Tahiti in nave, magari c’e la posso fare, un posticino, se avrò fortuna una cuccetta, chissà! Per contattare la nave bisogna arrivare al porto, a Vaitape, lontano, dall’altra parte dell’isola, inutile telefonare, inutile mandare mail, nessuno mai risponderà. Chi vuole va, la maggior parte dei polinesiani spedisce mercanzie da un’isola all’altra, a parenti ed amici, a chi fa parte della grande famiglia, sempre in movimento. Si dice che non si e’ veramente polinesiani se non si possiede una ghiacciaia, il grande contenitore colorato di plastica rigida dentro il quale si possono spedire pesci, tenere al fresco birre, arrivare con ogni ben di Dio ai pantagruelici pic nic tanto in voga. Per spedirla, si arriva con la ghiacciaia con sopra ben scritto il proprio nome l’isola di partenza e quella di arrivo, per imbarcarla interamente carica, troppo pesante per farla viaggiare in aereo dove sono consentiti 10 miseri chili di bagaglio; in mezzo a tutto questo via vai di mercanzie, per non parlare dei carichi pesanti, non se ne parla proprio di rispondere al telefono, gli impiegati non ne hanno certo il tempo.
Il motu’ non vuole lasciarmi partire, stamane le condizioni erano impossibili, nuvoloni neri ovunque all’orizzonte, magicamente il sole sopra la lunga spiaggia bianca del motu’, uno sprazzo di cielo azzurro, l’acqua dalla superficie liscia ma intorno… Nero, pioggia e vento! Cavalloni ovunque appena fuori della baia dall’ottimo microclima, un po’ come l’Argentario, che spezza in forma di V maiuscola le intemperie, godendone anche quando vicino infuria la tempesta. Per questo ci si trova bloccati sul motu’ arrivare all’isola principale può essere un grande problema e si rimanda, si rimanda… Ho avuto un assaggio di tutto questo perché col tenderino siamo arrivati giusto di fronte, per poter comperare un po’ di cibo, siamo usciti procedenti lentamente verso l’isola principale e mano mano il colore dell’acqua si faceva più intenso, da azzurro chiaro trasparente si passa ad un azzurro forte, si inizia a vedere il profondo blu dal quale passare e’ un obbligo, ovunque, mentre percorrevamo queste magnifiche tonalità, ovunque raffiche di vento e secchiate da’ qua ci colpivano violentemente ed il gommoncino sembrava perso in mezzo a tutta questa furia. Abbiamo aspettato una finestra fra una pioggia e l’altra, siamo passati il più velocemente possibile per evitare almeno di essere bagnati anche dall’alto nel corso di questo passaggio. Una volta scesa a terra ho provato un momento di sgomento: tutto sembrava grande, tutto era diverso, il verde, le piante, le case, la strada con le auto! Anche i camion! Sul motu’ non ci sono strade, si cammina, si va in barca, e’ tutta un’altra dimensione! Mi sono sentita perduta, non più capace di affrontare tutto questo. Piano piano sono arrivata fino alla bottega, ho acquistato quello che potevo, che ritenevo indispensabile, per percorrere poi il percorso inverso, dall’isola principale attraverso la furia degli elementi fino al piccolo paradiso che mi tiene prigioniera. Le previsioni per i prossimi 3 giorni sono pessime, di scendere a terra non se ne parla, le provviste ci sono ed in fondo, come prigione non e’ poi così male, potevo essere molto, molto più sfortunata.

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Categorie: Polinesia Francese | 2 commenti

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2 pensieri su “Punta

  1. Ciao,
    sono Nicole Cascione e scrivo per il sito http://www.voglioviverecosi.com un
    sito che raccoglie testimonianze di vita di italiani all’estero. Per
    caso mi sono
    imbattuta nel tuo blog. Ti andrebbe di rilasciare un ‘intervista per
    condividere con tutti i lettori la tua esperienza di vita?
    Questa di seguito è una delle mie ultime interviste :

    http://www.voglioviverecosiworld.com/curiosita/il-mondo-della-
    gastronomia/acqua-phuket-creativita-e-tecnica-nel-sogno-realizzato-di-
    alessandro

    Aspetto notizie,
    Nicole Cascione
    cascionenicole@libero.it

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