Rapa Nui – In giro per l’isola

Orongo 

Rano Kau è un luogo speciale: qui venne costruita la prima casa, qui venne piantato il primo igname, qui visse i sui ultimi giorni il primo ariki, capo, Hotu Matu’a.

Le prime case di Orongo risalgono al secolo XV o XVI.

Il tangata manu, uomo ucccello, è l’emblema del culto di Orongo. In primavera, i rappresentanti di tutte le hopu, tribù, dell’isola si battevano per riuscire a trovare il primo uovo del mautara, gavotin pizzarrado nell’isolotto Motu Nui. L’uovo rappresentava la divinità, trovarlo significava essere eletti da dio. Superavano a nuoto il difficile tratto di mare, pieno di scogli appuntiti battuti dalle onde, aiutati dai galleggianti di totora dentro i quali trasportavano le provviste, restavano giorni, settimane, ad aspettare il ritorno dei migratori, fino a che il fortunato non riuscisse a trovarne l’uovo. Diventava così tangata manu, era considerato tapu, sacro, viveva in religioso ritiro per un anno, accudito e venerato da tutti. L’ultima di queste gare avvenne nel 1867.

Intorno al secolo XVI – XVII diminuisce l’importanza degli ariki e si afferma il culto del dio Make Make, con i suoi matato’a, capi guerrieri.

Il dio Make Make, che può essere paragonato al polinesiano Tane, il dio degli uccelli, tornò da Motu Motiro Hiva, gli isolotti Sala y Gomez situati ad est dell’isola di Pasqua in direzione del Cile, per portare gli uccelli a Motu Nui, dove avrebbero potuto vivere indisturbati; così avvenne e si moltiplicarono numerosi.

L’unico moai di Orongo, Hoahakananai’a, l’amico rubato, venne prelevato per essere portato alla regina Vittoria nel 1868, durante la spedizione Topaze. Era nella casa che venne distrutta dal nome Taura Renga e faceva parte della cerimonia del poki-manu. Scolpito intorno al 1.400, in basalto, era inciso con diversi petroglifi.

Solo i sette moai di Ahu Akivi guardano il mare, gli altri si presentano tutti con lo sguardo rivolto all’interno dell’isola. Rappresentano i sette esploratori inviati dal l’Ariki Hotu Matu’a in avanscoperta a verificare il sogno di Haumaka.

Ahu Tongariki è la piattaforma più estesa, con i suoi 15 moai ben allineati, dei quali sono uno porta il pukao, copricapo in pietra rossa, originaria del cratere di Puna Pau, alle spalle di Hanga Roa.

Nell’unica spiaggia dell’isola, Anakena, dove secondo la leggenda approdarono i primi arrivati, si possono ammirare due piattaforme, l’Ahu Ature Huki restaurato da Thor Heyerdahl nel 1954 e l’Ahu Nau Nau, restaurato da Sergio Rapu nel 1980. Anakena è diversa dalle aspre coste rocciose e nere dell’isola, il suo palmeto, la sabbia fina e bianca ci ricordano di essere in Polinesia.


Rano Raraku
, il cratere cava dei moai, è unico al mondo. Le sue pendici sono disseminate di statue dall’espressione dubitativa, in parte affossate nel terreno, con varie inclinazioni. Erano “in cammino” per la loro destinazione finale, alcune si sono rotte strada facendo e non potevano più essere utilizzate, altre non sono mai arrivate. Tra queste la più antica è quella chiamata “il bambino”, perché più piccola delle altre, rappresenta una figura in ginocchio. La più lunga, circa 10 metri, il gigante, è ancora prigioniera della roccia d’origine, dalla quale non venne mai staccata.

 

 

Non lontano dalla cittadina di Hanga Roa, centro principale dell’isola, si può godere della compagnia di tre Ahu, il primo con cinque moai allineati, il sesto è mancante, un antico Ahu con il moai consunto ma ancora imponente e l’Ahu Tahai l’unico ad avere il pukao, cappello, ed occhi, anche se gli originali, unico paio che si è conservato, sono ben nascosti sull’isola. Sono intagliati nel corallo bianco con la pupilla in ossidiana.

 

Tutti i moai hanno le mani scolpite appoggiate sul basso ventre, il luogo di dimora dell’anima, secondo i polinesiani.

Rapa Nui, questa isola cosi particolare conserva, ancora oggi la sua potente cultura, unica nel mondo.

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Rapa Nui

Rapa Nui anche conosciuta come isola di Pasqua è uno dei posti più isolati al mondo: dista circa 4.000 km dal lembo di terra più vicino. Il turismo si è sviluppato grazie alla costruzione della sua pista aerea, finanziata dagli USA durante la presidenza di Ronald Regan, come punto di atterraggio di emergenza in questa zona del globo terrestre, necessario alla NASA per i suoi lanci.

La leggenda principale dell’isola narra del sogno di Haumaka, allora consigliere dell’ariki, capo. Una nuova isola gli appare mentre sta dormendo, dove il suo popolo potrà continuare a vivere dopo la catastrofe che sommergerà la loro terra, chiamata Hiva. Così l’Ariki Henua Hotu Matu arriva a Rapa Nui, stabilendovisi per i secoli seguenti. Circa mille le anni dopo, verso il 1610, ecco una nuova ondata migratoria: sono uomini con i lobi delle orecchie allargate, grandi e forti che e questo verranno chiamati tangata hanau e’epe. I primi abitanti erano tangata hanau momoko, uomini di razza magra. Gli ultimi arrivati svilupperanno gli ahu, costruzioni megalitiche , piattaforme, e i moai, riducendo in schiavitù l’etnia presente nell’isola. I moai erano preesistenti alla seconda ondata di migrazione. Sono paragonabili ai marae della Polinesia, grandi piattaforme in riva al mare, luoghi sacri e di riunione al cui interno venivano sepolti i defunti. La particolarità di Rapa Nui è proprio la presenza di questi moai, grandi statue in pietra, costruite in dimensioni sempre maggiori, nelle quali l’anima sarebbe volata una volta lasciato il corpo. Più la persona era importante, più grande doveva essere il suo simulacro.

Svilupparono anche il rongorongo, la scrittura bustrofaica, unico esempio di trasmissione non orale in tutta l’Oceania.

Dopo la seconda migrazione, la popolazione crebbe velocemente, arrivarono le guerre dovute al sovraffollamento che metteranno fine al culto del tangata manu, uomo uccello.

Il primo navigatore a giungere sull’isola fu l’olandese Rogeween che vi approdò con tre navi il 5 aprile 1722, giorno di Pasqua.

La vita sull’isola è la dimostrazione di come sia possibile essere felice con poco.

Nell’isola esiste il piano A.M.O.R.E., per proteggere la terra, la cultura, gli anziani, i bambini, i meno abili e così via.

A Auto sostenibilità

M Miglioramenti continui

O Ottimizzazione delle risorse

R Responsabilità sociale

E Endependencia, la persona che si autogoverna.

Questo programma può essere rappresentato come una piramide rovesciata con alla sua sommità il popolo responsabile.

Appartenente alla regione di Valparaiso, l’isola di Pascua è provincia del Cile dal 1888, anche se i rapanui furono riconosciuti come cittadini cileni sol nel 1966.

L’isola viene governata da 36 ariki, rappresentanti di altrettante famiglie, ognuna delle quali elegge il proprio, alcune a vita, altre per 2/4 anni. Il consiglio dei 36 ariki si chiama Mau Hatu ed è riconosciuto dal Cile dal 1888.

La proprietà terriera viene gestita dal Mau Hatu con honui, autonomia, come nell’isola di Rapa alle Australi.

Gli abitanti dell’isola sono, tra l’altro, scontenti della tassa di 32.000 us$ versati al governo cileno, da ogni nave da crociera che si ancora davanti all’isola; è da poco che i fondi generati dalla tassa di ingresso al parco di 80 us$ a persona vengono destinati direttamente all’isola.

L’isola di Pascqua viene visitata da 100.000 turisti l’anno. Ha la capienza di 5.000 camere al giorno.

La bandiera dell’isola mostra su sfondo bianco un rei miro rosso. Rei miro è il pettorale tipico di questa isola: rei significa sterna, la rondine di mare, miro barca: una falce, che rappresenta la canoa, con due teste umane alle estremità. Esistono antichi rei miro coperti da scrittura rongorongo. Pettorali simili vengono adottati dalle donne nelle Isole Salomone come ornamento.

Un’altra scultura tipica di Rapa Nui è quella che rappresenta la varua, anima, come apparse in sogno ad un indigeno. Al risveglio corse a scolpirla per ricordarne ogni minimo dettaglio. È una figura umana grottesca, magra, scavata, con le costole ben in evidenza con il viso allungato. Rappresenta il corpo umano attaccato dalla decomposizione della morte. Ancora oggi statue della stessa fattura vengono portate in scena, per rappresentare le anime dei tupuna, antenati.

Le foto dei tupuna, antenati, come scenografia del Tapati

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La tua corona di fougère

Con la tua corona di fougère in capo mi metto in posa e ti sorrido, carica di desiderio.

È bello percepire il chiarore dell’alba fra le fronde del tuo giardino, mentre la pioggia cade impetuosa.

Cosa c’è di meglio che dormire abbracciati mentre l’universo si sta sciogliendo?

Le mille figure del tuo marae ballano davanti al mio volto, mi guardano, osservano, partecipano anch’esse alla fiera dei sensi.

Tutto gira intorno a me, mentre la pioggia esalta i profumi…

Il profumo di questo momento, il profumo di questa corona di fougère.

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Yucca


Ecco una nuova ricetta, semplice e gustosa. Si raccoglie la radice di yucca, con l’aiuto di un machete la si sbuccia levando la corteccia marrone, conservandone solo la parte candida. Con l’aiuto di un tronco speciale pieno di dure escrescenze la si grattugia; la polpa viene prima setacciata per renderla omogenea e senza grumi, poi accuratamente strizzata in un apposito attrezzo di fibre intrecciate. Il latte ottenuto verrà cotto lungamente per farlo ispessire fino a diventare una marmellata scura, dal sapore piccante. La fibra si pone sul fuoco, in un largo recipiente di terracotta, la si livella omogeneamente con un attrezzo di legno di balza o con una ciotolina, mentre il fuoco la rende compatta e dorata. Un po’ d’attenzione nel girarla, ancora due minuti di cottura ed ecco, il nostro pane è pronto, compatto e fine come un’ostia, ottimo per essere mangiato solo, con il nero succo addensato del suo latte, con una marmellata di goyava o, perché no, con un buon pomodoro rosso e qualche cipolla. 

È una ricetta tipica della selva amazonica.

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Amazonia

Dei posti dove sia difficile svolgere la vita umana, l’Amazonia è certamente uno di questi. Area di enorme estensione, situata fra Ecuador, dove l’ho visitata, Colombia e Brasile, non ha strade, la si percorre navigando tortuosi corsi d’acqua su lance scoperte, spesso sotto la pioggia battente, coperti dai poncho impermeabili.
La fittezza della vegetazione è impressionante, la foresta pluviale che tutto ricopre sviluppandosi in strati sovrapposti, abitati da animali differenti: i caimani in basso, scimmie ed uccelli di vari specie in alto, insetti e serpenti per ogni dove. L’acqua che circola nei rii prende il colore marrone dal tannino delle piante, solo nella laguna grande, piana di origine alluvionale, ha il riflesso verde cupo della natura che la circonda. In questa luogo ostile, sempre umido e gocciolante, vive, fra le altre, una meraviglia del regno animale: il delfino rosato. Abbiamo avuto la fortuna di vederlo: ci è venuto incontro mentre navigavamo sul fiume, compiendo simpatiche evoluzioni, felice della pioggia. Questi animali si trovano unicamente in Amazonia, non si sa bene se il loro colore diventa rosato quando siano accaldati o se alcuni esemplari lo conservino sempre, come le differenti razze del genere umano.  

Per le popolazioni indigene i delfini rosati hanno una magia particolare, si trasformano in uomini, alti, belli, accuratamente vestiti con pantaloni bianchi, poncho e cappello di paglia per nascondere il buco di sfiato sulla testa attraverso il quale respirano. Seducono le donne facendole ballare tutta la notte, nessuna donna riesce a resistere al loro fascino, scelgono sempre la più bella, la portano avvolta in un tenero abbraccio a passeggiare romanticamente in riva al rio… La mattina dopo la donna non ricorda nulla di cosa sia successo durante la notte… Qualche mese dopo scopre di essere in stato interessante!

I delfini rosati vengono considerati i padri di tutti i bambini nati da madri sole, all’anagrafe non mancano registrazioni dove il padre dichiarato sia lui, il delfino rosa! 

Gli uomini dell’Amazonia stanne molto attenti a questi animali, per evitare che le loro mogli si ritrovino incinta di un bel delfino rosato!

Sono state giornate umide e gocciolanti, sono state giornate trascorse come se si vivesse all’interno di un documentario. 

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Paraguay 

Il Paraguay è un paese interessante, il cuore del Sudamerica, come ha detto papa Francisco, un paese piccolo, senza sbocco al mare, ma autentico ed ospitale.Importante notare come questo paese abbia conservato la lingua parlata prima delle invasioni europee, il guaranì, i paraguegni sono tutti perfettamente bilingue ed esiste il progetto di far diventare questa la lingua ufficiale dello stato. 

I Guaranì sono dei simpatici indigeni, cacciatori raccoglitori, che vivevano nella zona centrale del Sudamerica, spostandosi al primo segno di riduzione delle risorse naturali delle quali vivono; in questo modo sono riusciti a scampare l’educazione gesuitica e la pressione coloniale ed a mantenere lingua e tradizioni che, inutile dirlo, seguono l’andamento della natura. I confini non esistono per loro, passano da Brasile, Argentina, Uruguay a seconda delle necessità stagionali.

La capitale Asunción è la Madre de Ciudades, fu dal 1537 la prima base dei conquistadores che da qui si irradiarono, navigando sulle acque del Rio Paraguay prima e del Rio Paranà poi, per fondare le altre città, oggi importanti, del Sudamerica. 

Le sue strade principali sono 5, disposte come le dita di una mano, il centro non è molto vasto e maltenuto, la vita si è spostata nella parte moderna, in piena espansione, lasciando a vivere nel degrado chi non abbia potuto o voluto traslocare. 

La Costanera, il lungofiume, è meta di passeggiate e piccole imbarcazioni, ma non solo, come vagoni di un treno le lunghe chiatte piene di chissà quali mercanzie passano spinte dai rimorchiatori.

Il cuore della città è indubbiamente il Mercado 4, dove è possibile comprare qualsiasi cosa, una Vucciria gigante. Un film che ha avuto successo è stato girato qui, il titolo “7 cajas”, mi sono promessa di vederlo al mio rientro.

Ho trovato ciò che volevo ad Asunción, un alloggio comodo e simpatico per riposarmi e riorganizzarmi prima dell’Ecuador.

Fatto il bucato, mi sono concessa per la prima volta un pedicure, ho colorato i miei capelli con l’henné, mi sono riposata per riprendere forze ed eccomi pronta per la prossima Avventura! 

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Tereré

Come è potuto capitare questo? Sono nella Placa Uruguaya in Paraguay ad Asunción a bere il tereré con un ragazzo dell’Argentina ed uno del Brasile…

In Paraguay in questa stagione è molto caldo, tutti si fermano a bere una infusione che calda si chiama mate, ma che può essere fredda e con l’aggiunta di erbe fresche pestate al momento in un grande mortaio di legno. Bevanda rinfrescante ed energizzante! 

Questa foto riassume il mio giro degli ultimi giorni! Ciao Gonzalo, ciao Nando, spero di rincontrarvi presto!

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Iguaçu, Iguazu

Fragorose, imponenti, infinite… Narra la leggenda guaranì che la bella Naipi, figlia del capo, si era innamorata di Taruba, un giovane della tribù vicina e la data delle loro nozze era già stabilita.

Ogni anno veniva sacrificata una giovane a M’boy, il dio serpente che viveva nel fiume, per tenere a bada la sua furia.

Naipi non era stata prescelta per questo sacrificio, ma si specchiò nell’acqua del fiume, M’boy la vide e ne restò incantato, mai gli era stata offerta una fanciulla così bella! Subito pretese dai Guaranì la bella Naipi in sacrificio. 

Rifiutare era impossibile.

Nottetempo Taruba venne a cercare la sua promessa e fuggirono insieme su una canoa lungo il fiume. Il dio se ne accorse e furioso, fece sprofondare l’intero fiume davanti a loro, creando un’enorme spaccatura. Trasformò Naipi in roccia, ai piedi della cascata affinché non potesse più scappare ed il giovane in una palma sul bordo dell’abisso, che potesse vederla ma non più toccarla, per l’eternità. 

Il primo europeo a vederle fu Alvaro Nuñez, nel 1542, in zona vivevano e vivono i Guaranì, parola che significa guerrieri, più esattamente i Guaranì-mbià, e nella loro lingua Iguaçu significa i, tanta, guaçu, acqua. 

Interessante sapere che la lingua dei Guaranì, è il tupi, non solo parlata ancora oggi in una zona molto vasta del Sudamerica che comprende Argentina, Brasile Bolivia e Paraguay, in quest’ultimo stato esiste il progetto di farla diventare lingua nazionale, per sottolineare l’identità del paese, dove viene parlata dall’86% della popolazione. Non per niente l’indipendenza dalla Spagna venne conquistata nel 1811. 


Con i loro tre chilometri di larghezza queste cascate sono uniche l mondo! 275 salti dell’altezza media di 65 metri, particolare la garganta do diablo, dove si riuniscono 14 cascate per un dirupo di 90 metri, formando una fitta nebulizzazione che si libra leggera fino in cielo, per giungerai alle nuvole in un trionfo di arcobaleni. I 1.500 metri cubi di acqua al secondo che sprofondano fanno sì che vengano visitate da almeno 2 milioni di persone l’anno.

Da visitare il lato argentino e quello brasiliano, meglio alloggiare in Brasile, più economico e meno turistico! 


Nelle gite alle cascate mi sono fatta degli amici:


Il pesce gatto, enorme!


Tanti coati, un procione col naso da formichiere…


Un giovane caimano…

Purtroppo il sentiero Macuco era chiuso per la presenza di troppi giaguari e mi sono persa l’armadillo!

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Da Iguazu ad Asuncion

Il gestore della posada Flores mi voleva assolutamente aiutare. Prima mi ha proposto di partire per Asuncion con la sua socia alle 4 del mattino, troppo presto per me che non ho bisogno di arrivare ad un orario preciso, anzi voglio godermi il viaggio. Non avrei attraversato il confine a piedi, esperienza che volevo proprio fare, anche se con le scarpe e non scalza, vero Alessandra? La socia era un’energica quarantenne con i capelli tinti di grigio, non grigi, tinti di questo colore, magari fumava o chissà come guidava… Avrebbe viaggiato con il suo compagno, un mulatto che doveva darle belle soddisfazioni.Non contento, la mattina dopo colazione il gestore mi ha infilata quasi a forza nell’automobile di due sposini, tutti perfettini, appena arrivati da San Paolo per comprare nella conveniente Ciudad del Este, in Paraguay l’elettronica per la loro nuova casa. Né io né loro abbiamo avuto modo di controbattere, mentre scaricavano i loro pochi bagagli ha infilato nel cofano il mio valigione maremonti, ha spiegato che dovevo far timbrare la mia uscita dal Brasile e siamo partiti. Con lo spagnolo me la cavo, del portoghese proprio non capisco nulla, loro masticavano una decina di parole di inglese… Ho atteso, in balia degli eventi, fino a che, arrivati vicino alla dogana, mi hanno scaricata con tutto il valigione ed hanno continuato per la loro strada. Messo il timbro sul passaporto, il tassista di ieri mi aveva avvisata: “Devi farti timbrare l’uscita, altrimenti risulti sempre in Brasile” visto che la grande massa di gente che passa la frontiera non ne ha bisogno e se si segue il flusso si rischia di diventare clandestini senza esserlo, ho affrontato il ponte. Non c’era pericolo, solo era in salita e lo spazio in cui passare stretto ed affollato. Sono giorni di festa in Argentina e Brasile questi, tutti ne approfittano per venire qui a fare spese. Avrei voluto una foto mentre camminavo sul ponte, con zaino e valigia, ma tutti correvano verso la metà agognata, mi sono dovuta accontentare di fare una foto al fiume. 

Arrivata in Paraguay, timbrato l’entrata, sono salita su un autobus di linea che ho potuto pagare con pochi soldi brasiliani che mi erano rimasti, sempre io ed il valigione, sempre aiutata a caricarlo dalla gente. Arrivata al terminal dei colectivos, il Sudamerica si sa, lo si gira in bus, un giovane mi è letteralmente venuto a prendere per farmi salire sul bus della sua compagnia, diretto ad Asuncion, sì, ma con tutte le fermate possibili! Ho guardato il panorama, ho visto due volte lo stesso film, sempre quello passava il convento, e non si arrivava, non si arrivava mai! 

La strada, con le sue due corsie tagliava il paese a metà e mi ha permesso di averne una visione generale. Tanta gente, tante piccole casette, tanti piccoli negozi, si può comperare da mangiare ovunque! Ambulanti salgono e scendono dal bus con le loro mercanzie, proponendo succhi di frutta, panini, asadito, spiedini di carne… il Paraguay è un paese meno sviluppato rispetto a quelli che ho visitato finora, mi sembra autentico, anche se selvaggio, mi piace vedere le piccole costruzioni in mattoni rossi con le tegole sul tetto!

Abbiamo incrociato un terribile incidente, un camion aveva colpito e distrutto un’auto, facendo volare anche un motociclista. Chissà quale era stata la dinamica dell’incidente, se la moto aveva causato una brusca frenata, o l’auto tentato un sorpasso azzardato, od un colpo di sonno del camionista… 

Passato il lago il paesaggio è diventato meno agreste e più cittadino, perdendo la sua bellezza, ingolfandosi di mercati e di gente. Un tratto urbano ed eccoci al terminal di Asuncion. 

Dovevo cambiare un po’ di soldi, almeno per pagare il taxi, con la stanchezza rischio sempre di fare confusione, dopo aver cambiato in guaranì Paraguaiani i pochi soldi brasiliani rimastomi, ho chiesto moneta uruguaiana. Vedevo che c’erano difficoltà a procurarmela, non riuscivo a capire il tasso di cambio, me ne aspettano molti di più… Per fortuna ho chiesto quanto costasse il taxi per il centro, l’omino mi ha detto: “Non hai abbastanza soldi, vai in bus” Come, e questi cosa sono? “Questi non sono di qui!” Sventato l’errore fra mille risate, presa la giusta moneta, sono salita sul taxi guidato da un argentino, qui da 30anni per sfuggire la crisi nel suo paese. Mi ha chiesto circa la metà di quanto previsto, seguendo il tassametro, chiacchierando amabilmente. L’alloggio è carino, una casetta tipica adibita ad hostel, era la casa della nonna ed ha mantenuto la sua struttura, con i due patio e le sue piante, sembra anche abitata da gente simpatica. Sono andata a piedi nel vicino centro per veder un po’, pericoloso? Non pericoloso? Certamente un luogo dove fare attenzione. Ho mangiato una buona zuppa di pesce nell’equivalente del nostro caffè Greco di via Condotti, mi piace viziarmi quando sono stanca, e via a nanna, che era già tardi.

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Brasile


Sono tornata in Brasile 40 anni dopo, come se niente fosse.

Un breve passaggio di un giorno per ammirare le cataratas anche da questo lato.

Era stato il mio primo viaggio intercontinentale, sola, senza i genitori, invitata da un’amica mooolto benestante. Mi ero ritrovata a Rio de Janeiro, e mi era così piaciuto, che l’anno seguente avevo fatto di tutto per tornarci con la famiglia, per condividere la mia bellissima scoperta. Non scorderò mai quel primo viaggio in Sud America, perfetto per le emozioni provate, per le sensazioni vissute. La spiaggia immensa, le onde, fredde, che ti risucchiavano per trasportarti in pieno oceano, la sabbia fresca intorno al piedi al tramonto, quando ci si indugiava a parlare… “Ti muovi come una ballerina” Mi disse una signora, “Studi forse danza?” No, ma sarebbe stata la mia grande passione! 

Ho ancora in bocca il sapore del budino al cocco, bello caramellato, le insalate fatte di foglioline mai viste, gli ananas che si chiamavano abacasci… Cafesito cafeson, caffè corto o lungo? 

Quel capodanno passato a ballare la samba in non so quale prestigioso locale, la tavolata di italiani, non il gruppo con il quale ero, impazzita intorno ad un magnifico trans, ed io, scatenata, scatenatissima come sempre, ma questo non mi aveva impedito di conoscere un fratello ed una sorella italo brasiliani, venuti con i genitori, seguendo il filo delle proprie origini. 

Ci siamo visti e rivisti… Abitavano a Firenze. La prima volta che ho guidato in autostrada è stato sulla Pisa Firenze, per andare a pranzo da loro, con la vecchia mini di mia madre che vibrava tutta e mi sembrava di pilotare un jumbo… 

Così diversi da me e dalla mia vita, così perfetti, con quella madre brasiliana che non solo era bella, ma aveva quel qualcosa che appartiene alle persone speciali… La loro casa così moderna, lui studiava architettura, poteva inclinare il piano bianco della scrivania per disegnare, lei studiava canto, aveva un pianoforte in camera su una pedana, un quarto di coda credo…

Il padre ci guardava e rideva sotto i baffi, anche se non ricordo se li avesse veramente. 

Non andò come sarebbe potuto andare.

Ricordo bene quella vacanza, i tamburi che risuonavano per le strade, la mia grande voglia di ballare, di sentirmi libera… La stessa che provo ancora adesso. Mi univo ai cortei di samba senza essere notata, la mia pelle scura e sempre abbronzata è sempre stata un ottimo lasciapassare in parecchi paesi del mondo, almeno fra quelli che amo frequentare. 

Degna conclusione: il volo in Concorde Rio de Janeiro – Parigi, esperienza che pochi possono dire di aver intrapreso. Non mi rendevo conto della fortuna che avevo, mi sembrava tutto così semplice e naturale… Colpita da una terribile gastroenterite nella capitale francese, dove con la mia amica ed il fratellino ci contendevamo il bagno…

E il fratello e la sorella?

Persi di vista per tanti anni, ritrovati grazie alla magia di FB.

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